I fuochi di Quinto

Comunque la si veda, in qualunque modo finisca, sarà sempre una sconfitta. A Quinto, nel trevigiano, sono arrivati 101 profughi con tre pullman. Ignoti hanno incendiato i mobili degli appartamenti a loro destinati. Osservo, leggo i primi commenti e mi sembra che la cosa sia priva di senso. Si è perso completamente il senso della misura. L’episodio di Quinto mi sembra una follia sotto tutti gli aspetti. La reazione della gente, fomentata ad arte, non è stata razionale. Ma 100 persone portate in blocco, tutte insieme, nella stessa palazzina di edilizia popolare (così pare) è il presupposto di un ghetto. E i ghetti non sono mai una buona soluzione.

Guarda caso, Forza Nuova e Casapound erano già pronte alla riscossa insieme alla Lega. Che gran regalo è stato fatto agli amici del razzismo. Queste cose puzzano lontano un miglio: si ha l’impressione che ci fosse qualcosa che non andava per il verso giusto assai prima dell’arrivo dei pullman e dello scaricamento del gregge umano. Profughi dalla Nigeria, dal Ghana, dal Mali e dal Gambia. Non mi piace parlare di gregge ma c’è una ragione per cui lo faccio. Trovo che ci sia qualcosa di osceno nella signora bianca, forse romena, che piange dicendo che ha paura dei neri. Proprio così: non degli immigrati, degli stranieri o degli africani. No, lei ha paura dei neri. È un corto circuito: la resistenza che doveva porre vincoli alla corrente è saltata, il collegamento esplode.

La paura del colore della pelle dovrebbe essere un ricordo lontano, come il pregiudizio sugli emigrati italiani che non si lavano e rubano i figli degli altri. Ma evidentemente siamo un paese multistrato: ogni livello ha la sua forma di cultura. Nel 2015 sembra una follia piangere per la paura del nero eppure succede. Esclusa la possibilità di una farsa, resta solo l’ipotesi che qualcuno abbia caricato per bene queste persone. Le abbia caricate di timori e di insicurezze che sono poi esplosi nel corto circuito della paura del nero.

No, non c’è giustificazione per chi imbastisce roghi: bruciare e minacciare è un atto razzista. Punto. No, non provo compassione per chi brucia le cose degli altri. Anzi, per dirla meglio, non provo compassione per chi brucia le cose di tutti, visto che la mobilia bruciata era proprietà pubblica. Cari signori e signore che leggete, bruciando quei mobili non hanno danneggiato i profughi, hanno danneggiato voi.

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Vedremo come va a finire. Intanto i 100 profughi sono stati spostati. Ma no, non vince la protesta dei residentioggi perdiamo tutti. Siamo tutti sconfitti perfino loro, i residenti, che saranno respinti una volta di più nel loro isolamento. Questa, in effetti, è solo la cronaca di una disfatta collettiva. Una sconfitta dell’intelligenza, perché si pensava che la soluzione potesse essere il ghetto. Una sconfitta della civiltà, perché la protesta è sfociata in violenze a sfondo razziale. Una sconfitta della legalità, perché una volta di più abbiamo dimostrato di non essere capaci di bilanciare e contenere le tensioni che ci attraversano.

In Italia, a prescindere dalle appartenenze, c’è una consapevolezza che dovrebbe comune a tutti. La nostra storia di colonizzatori – e quella assurdamente parallela di emigranti – ci avrebbe dovuto insegnare l’avversione per il razzismo. Ci avrebbe dovuto addestrare a riconoscerne i segnali fatti di massimalismi e di semplificazioni. Il fatto è che ancora oggi non è chiara una cosa: il pacchetto del rifiuto del razzismo non contiene solo l’opposizione alla violenza della discriminazione ma anche l’opposizione alla creazione dei ghetti. E questo ce lo dobbiamo dire prima o poi. È difficile per tutti, per chi accoglie e per chi organizza, per chi arriva e per chi abita, per chi accetta gli immigrati e per chi non li vorrebbe. Che tutti si mettano l’animo in pace perché in qualche modo vanno pur sistemati, ma a nessuno può far bene la creazione di ghetti.

Da un punto di vista pratico, è indubbiamente più facile concentrare tante persone in uno stesso luogo. La cosa può essere  accettabile solo in una prospettiva di assoluta emergenza. Ma in realtà, più è lunga la permanenza degli stranieri più è importante che non vengano ghettizati. Ci si deve sentire soli in una condizione simile. Francamente, non ci vorrei vivere in un posto dove concentrassero tutti gli italiani e solo gli italiani. Mi immagino in Francia, in Germania, in Inghilterra, in America, in Australia. Mi immagino in un quartiere dove dentro sono tutti italiani e il resto della popolazione è fuori. Mi sentirei in gabbia e l’unica cosa che cercherei di fare sarebbe di andarmene, di scappare.

Spero che nessuno si strappi le vesti per quello che dirò ma non vedo come si possa considerare un regalo il fatto di essere costretti a vivere separati dagli altri. Anche se non ci fossero state reazioni violente sarebbe rimasta comunque una forma di isolamento. Un isolamento che avrebbe compromesso la possibilità di stabilire legami sociali con il territorio. Capisco che a gruppi di 10 persone si debbano trovare 10 soluzioni diverse: più sono piccoli i gruppi più la cosa diventa complessa. Ma sono esseri umani, mica polli allevati in batteria. Perfino per i polli contestiamo lo stivaggio e per gli esseri umani no?! Era per questo che poco sopra parlavo di gregge umano.

Quanto alla rivolta mi chiedo perché, una volta per tutte, lo Stato non si costituisca contro chi fomenta l’odio razziale. Se c’è un legale che legge questo post mi spieghi perché non succede, dato che io non riesco a capirlo. Sia chi sia, non fa differenza: il crimine d’odio è reato per la legge italiana e chi lo pratica se ne dovrebbe assumere la responsabilità e le conseguenze.

Come se non bastasse il sito Affaritaliani sta facendo circolare come fosse attuale una notizia di due anni fa relativa a una violenta discussione tra migranti e autorità. La Gazzetta di Lucca di venerdì 1 marzo 2013 viene riportata pari pari da Affaritaliani come se fosse una notizia riferibile al venerdì 17 luglio 2015. Lo slogan è: “Dopo Treviso tocca a Lucca“.

Caso vuole che abbia un amico che vive vicino al luogo del fattaccio: lui dice che secondo alcune testate (pseudo) giornalistiche sono almeno due mesi che avvengono continue rivolte dalle sue parti, ma non ha mai fatto in tempo ad accorgersene. Un altro amico, oggi, passava proprio da quella zona e riferiva in effetti di aver notato qualche segno di tensione: ha visto un piccione che con estrema prepotenza ha fregato un pezzo di pane a un paio di passeracei.

Una rivolta di immigrati a Lucca oggi, venerdì 17 luglio 2015, non è mai avvenuta. Stanno cercando di farla passare come fenomeno di diffusione del caso di Quinto. Ma non c’è niente di vero. L’incendio della rivolta ha risparmiato Lucca. In compenso è arrivata l’ondata di tristezza e di sconfitta che oggi non ha graziato nessuno.

Ilaria Sabbatini

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