Grexit e zombies

Sono appena tornata dalla Grecia dove ero per lavoro con mio marito. No, non ci hanno accolto legioni di non-morti che miravano a sbranarci le carni ma persone vive e progettuali che ci hanno trasmesso voglia di fare. Una volta tornati a casa, però, ci siamo resi conto che la percezione del paese e della sua situazione, vista dall’Italia, è completamente stravolta rispetto a quando stavamo in loco. Ed è così che nascono questi appunti di viaggio.

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Non ho la pretesa di testimoniare chissà cosa, ma non ero in Grecia per turismo. Questo cambia profondamente la prospettiva e il punto d’osservazione. Significa che guardi altro, non semplicemente i resti archeologici e i musei. Guardi anche quelli perché fanno parte, a tutti gli effetti, del panorama socio-economico di un paese. Ma l’attenzione è spostata altrove e il cervello non è blandito dalle endorfine da ombrellone. Con le persone che ho conosciuto là – professionisti non turisti – ho parlato sempre di lavoro, di tasse, di prospettive. Sono in gran parte operatori del settore cultura. Ciò non significa che vivano al di fuori del mondo reale e che abbiano una percezione meno concreta di ciò che li circonda.

Quello che ho visto della Grecia non corrisponde affatto a come viene descritta dalla stampa italiana e anche il clima sociale che si respira è diverso. Il nostro lavoro si è svolto al centro culturale Onassis per un progetto con cinque musicisti e un videoartista. Lo spettacolo si chiama Trascendence, dal titolo dell’album della musicista greca Tania Giannouli, e l’esecuzione era accompagnata dalle immagini del videoartista italiano Marcantonio Lunardi. Potete averne un assaggio qui. Il teatro era pieno: è andato sold out in quattro e quattr’otto. Lo spettacolo è finito oltre l’una eppure il pubblico era ben sveglio. Tanto che ci siamo intrattenuti a parlare con gli spettatori ben dopo la fine. Il centro culturale Onassis è un edificio sorprendente: ha due teatri su due piani diversi e un design luminoso e moderno che a me è piaciuto molto.

Subito dopo l’esibizione, i colleghi greci di mio marito si sono dati da fare per progettare la prossima collaborazione perché il centro non solo espone cultura ma finanzia cultura. E non è esattamente la stessa cosa. Stando lì abbiamo scoperto che ad Atene sta per aprire un museo d’arte contemporanea nuovo di zecca finanziato da Onassis. Dice: facile, visto il nome. Ma in realtà non c’è solo quello: basta leggere il pezzo di Ginevra Bria per Artribune “E la Grecia ci prova” e l’altro di Michele Stefanile per Huffington “La Grecia in crisi pensa a costruire musei“.

Direi che, a prescindere dalle valutazioni su tali scelte, non è affatto realistica l’immagine che io stessa avevo della Grecia prima di salire sull’aereo. In effetti scherzando, ma non troppo, dicevo ai miei amici italiani che se le cose andavano male con l’Europa mi venissero a recuperare in qualche modo. Ma non è stato così, anzi: è successo l’esatto contrario di quanto mi sarei aspettata. E mi è rimasta solo la voglia di tornare.

La metro è pulita e puntuale. A me piacciono le metro, se un città ha la metro guadagna subito un sacco di punti nel mio gradimento personale. Non commento quelle di Roma e di Milano. Sono rimasta estasiata della metro di superficie a Losanna, utile per una scappata sul lago in un momento rubato al lavoro. A me piace viaggiare così: meravigliandomi non solo quando vedo cose culturali. Ho una formazione classica ma apprezzo la contemporaneità in tutte le sue forme.

La metro di Parigi è sporca e mi ha ricordato inevitabilmente Victor Hugo: si sente tutto il peso della storia lì sotto. A Istanbul invece della metro prendevo il trenino fino alla stazione di Sirkeci. Mi piaceva la sua tekka sufi e le sue architetture mi facevano pensare ad Agatha Christie. La metro di Atene accende un altro immaginario, più moderno ed efficiente. Non ho ancora trovato il suo richiamo letterario ma se usi i mezzi puoi andare ovunque, ad Atene.

Da quello che ho constatato le persone, lì, non se la scialano. Ma non si incontrano nemmeno gli zombies che si trascinano per la via. Onestamente pensavo che fosse proprio così. Mi aspettavo di incontrare persone depresse e oppresse dal peso della situazione internazionale. So che ci sono stati molti suicidi e non metto in dubbio i disagi. So perfettamente che ci sono sacche di povertà molto grandi. Ma puoi vedere dormire gli homeless nei porticati delle chiese ortodosse sulla collina dell’Acropoli e nessuno li scaccia nè si sente minacciato.

Le tasse sono molto inferiori e gli stipendi non sono certo milionari. Però i beni essenziali costano poco perciò la sera c’è pieno di ragazzi e famiglie che si fanno un souvlaki e magari un gelato. Gli amici ci prendevano un po’ in giro perché conoscevamo solo lo tzatziki e la feta. Ci sono negozi chiusi, certo, come da noi. Ma le piazze sono pulite, le biblioteche funzionano, la gente lavora, la televisione nazionale è riaperta. Al di là delle analisi sull’economia si percepisce chiaramente la voglia di andare avanti.

Abbiamo incontrato italiani che si erano trasferiti lì, come spesso succede, per seguire il lavoro e di conseguenza la famiglia. Nessuno voleva tornare indietro. Nessuno si pentiva delle scelte fatte. Quegli italo greci hanno sguardi puliti e voci serene: nessuna incrinatura che tradisca il senso di fallimento o di frustrazione. Faticano, ovviamente, così come fatichiamo noi. Spesso fanno più lavori insieme, come facciamo noi. Ma tutto questo non è necessariamente una maledizione biblica. Non so come dire: c’è fermento. E non è il fermento della disperazione. Sta la crisi, mica la peste…

Se quando sono scesa all’aeroporto sono rimasta un poco scioccata, perché pensavo di capitare in un paese di zombies, ripartendo sono rimasta ancora più sorpresa. Il concerto c’è stato il 27 maggio e la prestazione è già stata pagata. L’ente, pur da un’altro paese dovendo passare attraverso sistemi fiscali diversi, ha pagato entro i 15 giorni. Non so se vi rendete conto di quanto tempo occorra in Italia per essere pagati nel campo della cultura e dell’arte… È vero, l’Onassis è un cento culturale privato, ma credo ci sia anche una valutazione della cultura diversa, almeno nel campo che ho sperimentato. Non so a quando risalgano queste scelte e questa situazione ma nell’estate 2015 è così.

Siamo andati a vedere il museo dell’acropoli, peraltro magnifico. Va bene il lavoro, ma quello non lo potevo proprio mancare. Il moderno che abbraccia l’antico a me piace sempre molto. Al terzo piano hanno riprodotto le metope del Partenone mancanti, quelle che sono al British. Originali e copie, state disposte disposte in fasce a costruire un motivo continuo per cui si ha un’idea realistica di cosa era quell’edificio.

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Al primo piano, hanno fatto un lavoro didattico sul colore nella statuaria classica veramente notevole. Accanto ad alcune statue c’è un monitor su cui gira un video che illustra il rilevamento dei pigmenti fino a ricostruire i colori fronte e retro. A fianco c’è una copia in gesso decorata com’era decorata in origine la statua. L’effetto è incredibile: in un colpo solo capisci l’equivoco di Winckelmann e la necessità di rivedere profondamente il tuo immaginario. In altri musei, quello di arte bizantina per esempio, è tranquillamente diffuso l’utilizzo degli ologrammi per ricostruire l’aspetto di un pezzo. Ripeto: ologrammi.

Al secondo piano del museo dell’Acropoli c’è  un bar ristorante fighissimo con vista sul Partenone. Verso le otto, che non è affatto tardi, ci hanno fatti uscire perché ospitavano una cena importante. Stavano preparavano il buffet e il tavolo delle grandi occasioni. Una volta fuori ci siamo accorti che stavano arrivando le macchine di rappresentanza. DENTRO il ristorante del museo dell’acropoli si teneva una cena politica importante. Mi è un tantino caduta la mandibola e in quel momento ho provato invidia.

Ovviamente questo diario non ha la pretesa di essere un saggio di economia o di sociologia, ma se chiedi ai greci della paura del Grexit, almeno quelli che conosco non ci credono proprio. Non sono  anti-europeisti. Direi al contrario che sostengono l’importanza politica, simbolica ed economica dell’unione europea. Ma non credono proprio che ci sarà un Grexit.

In sostanza la Grecia, attualmente, non è un paese abitato dagli zombies. Non vi beccate una molotov tra capo e collo; piazza Sintagma è tornata alla normalità; i mezzi funzionano (bene); la gente lavora; le strade sono pulite; non si vedono orde di affamati; i concerti continuano; si inaugurano nuovi musei; i siti archeologici sono visitabili; il pesce è buono; i ristoranti lavorano; le persone non sono vestite come Anthony Quinn. Ma qualche bar per turisti che suona il sirtaki lo trovi sempre.

Ilaria Sabbatini

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Atene vista dalle colline

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7 pensieri su “Grexit e zombies

  1. spennazzi

    Non ho capito Ilaria se vuoi testimoniare che quello greco non è un popolo di nullafacenti, come ci raccontano in continuazione, bensì di gente attiva e vitale o se invece vuoi testimoniare che è un paese che non ha poi tutte le difficoltà che si dicono. Molto poco si dicono, a dire il vero.

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  2. Marco

    Il problema Grecia spiegato in maniera chiara e comprensibile
    Giancarlo Marcotti 14 giugno 2015

    “Se ho un debito di 10.000 euro ho davvero un grosso problema, se ho un debito di 10.000.000 di euro, ad avere un grosso problema … è il mio creditore”.

    Come tutte le battute, se fa ridere, significa che nasconde un fondo di verità.

    Figuratevi così se ho un debito di 330.000.000.000 (330 MILIARDI) di euro, ed in cassa non ho nemmeno un euro, che razza di problema ha il mio … anzi … i miei creditori.

    Il debitore può persino riderci su, tanto, che può fare? Certo, i creditori non hanno molta voglia di ridere e pretenderebbero perlomeno che il debitore la smettesse di fare lo spiritoso e che invece dicesse loro in che modo intende pagare.

    Ma che volete che faccia? Lui va avanti a divertirsi, povero lo è già, cosa pretendete? Che muoia di fame solo per restituire al massimo un 1 o un 2% del suo debito? Fare la fame per restituire circa 7 miliardi e rimanere con un debito di 323 miliardi? Dai, siamo seri.

    Ed i creditori incalzano: dicci come intendi ritornarci i soldi che ti abbiamo prestato!

    E lui: “Dunque, fra non molto saranno in scadenza 27 miliardi del mio debito, allora voi prestatemene altrettanti e io vi pago le rate in scadenza. Ah! Dimenticavo! Non deve essere un finanziamento a breve termine, altrimenti fra poco siamo ancora punto e a capo, diciamo che la scadenza del nuovo prestito sia … fra 30 anni! Ah, ancora una cosa! Naturalmente venitemi incontro con un tasso di interesse sopportabile, beh … diciamo … l’1,5%.”

    A quel punto i creditori si alterano ed urlano: “Non siamo mica qua a farci prendere per il c…lo, è una proposta offensiva!”, ma si sentono rispondere: “Sentite, a suo tempo siete stati voi ad accogliermi nella Comunità, voi lo sapevate certamente in quale situazione mi trovavo, non raccontate la balla che ho truccato i conti, perché siete stati proprio voi a dirmi come dovevo truccare i conti, quindi non venite ora a farmi la morale, da voi non l’accetto!”

    Ed ancora i creditori: “Dai, sei un politico anche tu, mettiti nei nostri panni, se ti diamo ancora i soldi i nostri elettori non ci votano più perché non vogliono che continuiamo a finanziarti, se non te li diamo i nostri elettori non ci votano più perché abbiamo perso 330 miliardi di euro, come ne usciamo?”

    Ed il debitore “Quelli sono fatti vostri, i miei elettori mi hanno votato proprio per questo, sono già pieno di problemi, i vostri ve li dovete risolvere da soli”.

    Tutto chiaro?

    Solo una precisazione: non mi sono inventato nulla, soprattutto per quanto riguarda i numeri.

    Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro
    http://www.finanzainchiaro.it/il-problema-grecia-spiegato-in-maniera-chiara-e-comprensibile.html

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  3. ilariasabbatini Autore articolo

    La Grecia in crisi pensa a costruire musei. E, a dirla tutta, fa bene
    di Michele Stefanile

    http://www.huffingtonpost.it/michele-stefanile/grecia-crisi-costruire-musei_b_7604862.html

    Nell’ormai consueta serie di notizie relative alla crisi Greca, tutte incentrate sulla crisi ormai insanabile di un Paese allo sbando, sui debiti altissimi, sulle parole di sfida del ministro Varoufakis e sui fantasmi di default, Grexit e ritorno alla dracma, una notizia è passata quasi sotto silenzio.

    A pochi passi da Atene, nell’enorme e assolato bacino portuale del Pireo, i Greci allo sbando stanno costruendo musei. Musei all’avanguardia, ambiziosi, grandi e architettonicamente di pregio. E costosi, ça va sans dire. Un museo dedicato alla storia delle migrazioni che sono passate attraverso il porto ateniese, uno relativo alla storia dello scalo millenario che deve la sua importanza alle decisioni prese quasi venticinque secoli fa da Temistocle e uno, il più ambizioso, per raccontare le meraviglie dell’archeologia subacquea greca.

    Relitti, reperti, ricostruzioni tridimensionali e strumentazioni all’avanguardia per la comunicazione del patrimonio, troveranno spazio in un capolavoro di architettura della riqualificazione industriale, un’avveniristica risistemazione dell’ormai fatiscente silos del grano degli anni Trenta, il tutto frutto di un concorso di idee cui hanno partecipato fior di architetti.

    A breve, insomma, i turisti in transito per lo scalo ateniese, finora anime spaesate nella calura e nel caos, quasi sempre provenienti da una nottata in nave, e in attesa del classico traghetto per le isole, avranno uno spazio culturale nuovo, in cui trascorrere le ore a loro disposizione ammirando i millenari reperti riemersi dall’Egeo.

    Costruisce musei, la Grecia. E ai tanti che hanno cercato le basi dell’attuale crisi negli sperperi delle Olimpiadi, e di altri musei, ambiziosi e costosissimi, i discendenti di Pericle sembreranno degli irresponsabili. Ma non è così: perché la Grecia di Tsipras, che gioca al tavolo dell’Europa come in un grande poker, tra bluff rischiosi e brillanti provocazioni, potrà forse rinunciare alla moneta unica e all’Europa a trazione tedesca, ma conosce perfettamente la sua grande ricchezza, fatta di una combinazione unica di storia e cultura millenarie in un paesaggio di rara bellezza. E di fronte ai fenomeni della Grande Economia, più o meno controllabili, ai venti geopolitici che cambiano gli equilibri del mondo, sa bene che il Partenone, le rovine di Micene, i bronzi dell’Egeo e i resti sacri di Olimpia, tra cicale e cipressi, saranno sempre lì, a dare identità e futuro a un popolo e a un Paese.

    Hanno un debito enorme, i Greci, e come italiani, spagnoli, portoghesi, hanno imparato a fare i conti con i numeri dello spread, rassegnandosi a subire negli ultimi anni i rating negativi, i compiti a casa, le politiche comunitarie, le decisioni di Bruxelles che alla fine incidono sulla vita di ognuno, e il sorriso bonario di chi ti condanna all’austerity per farti risalire lentamente la china. Hanno subito le accuse di certa cattiva stampa nordeuropea, quella che vede i popoli mediterranei come una masnada di irresponsabili, oziosi e abbronzati, o quella che metteva in guardia i turisti britannici, spiegando che prenotando una vacanza a Corfù o Mykonos, avrebbero corso il rischio di restare al buio, per i black-out, o senza medicine per curarsi.

    E ora costruiscono musei, i Greci. Perché non esiste solo lo spread economico, per cui siamo tutti lì ad arrancare cercando di avvicinarci di un punto alla Germania, ma esiste anche lo spread culturale, dove i Paesi da battere sono i PIGS, e tutti gli altri devono inseguire. E se i PIGS puntano sul loro primato, e investono in quello, invece di imitare politiche di mondi lontani, anche l’economia può ricominciare a girare per il verso giusto. Coraggio, Grecia.

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