E allora il velo?

di Ilaria Sabbatini

Beh di tempo ne è passato da quando si sono fatte le prime discussioni sul velo, subito dopo l’11 settembre. La Santanché sembra lontana eoni con le sue performances acrobatiche. È passato il tempo, sono sciamate le parole, sono trascorsi i governi, sono accadute cose. C’è stato Charlie Ebdo, ci state le reazioni a Charlie Ebdo, si è dimenticato Charlie Ebdo e con esso tutti i molteplici giornali satirici sparsi in giro per il mondo, compreso il Medioriente dove fare satira è ancora più audace e coraggioso. Ci sono stati movimenti per i diritti umani, abbiamo preso atto che esiste un femminismo musulmano. Abbiamo anche capito – alcune/i di noi – che il femminismo musulmano vuole seguire percorsi diversi e originali rispetto al femminismo occidentale. Abbiamo imparato ad accettare come lecito il fatto che il femminismo musulmano ha facoltà di andare a braccetto col femminismo occidentale così come di allontanersene. Se il corpo è mio, me lo gestisco io. Ma anche l’altra ha pari diritto a gestire il proprio indipendentemente da me.

Ci siamo detti che le diversità culturali sono ricchezza e accrescimento. L’adozione di formule trapiantate ex abrupto da una situazione all’altra è una cosa ottusa. Abbiamo stabilito che è giusto vagliare: prendere le cose che ci interessano di un sistema e mollare le altre che confliggono col nostro contesto e con la nostra storia. Sappiamo che per un certo femminismo – a cui mi avvicino col massimo rispetto – la rivendicazione di determinati modelli d’abbligliamento è stato un elemento importante. Era giusto così in quel contesto per il significato che aveva in quel tempo. Non va fatto neanche un passo indietro.

Ma oggi viviamo un tempo diverso in cui le relazioni sociali sono diventate più complesse, dove la globalizzazione ha messo a contatto culture diverse, dove perfino il vestire assume significati sociologici profondamente differenti. Viviamo un tempo in cui il corpo è diventato strumento – e oggetto – di battaglia politica nella sua stessa essenza, nella sua gestione, nella sua apparenza. Battaglia politica più forte perfino di quella degli anni ’70 – anche se sotterranea – solo che si è spostato il baricentro. Siamo in una fase in cui, per esempio, l’Occidente vede delinearsi il fenomeno dell’accettazione del corpo grasso* cosa che – a quanto mi risulta – è un problema marginale al di fuori di questo contesto. Parallelamente in Arabia Saudita le donne grasse non sono un problema ma magari si battono per il diritto alla guida.

Mentre sta avvenendo tutto questo – che fa paura ma è anche interessante – non accenna a diminuire in Italia la polemica sul velo-non-velo alimentata da un’atavica ignoranza prima ancora che da un qualche pregiudizio. Interi paesi del Vicino e del Medio Oriente si stanno trasformando, vedono ricomporsi i propri parlamenti, attraversano rivoluzioni, sono toccati dalle guerre civili, conoscono movimenti di genere, mobilitazioni femministe,  battaglie per i diritti umani, azioni contro la violenza e per la parità di genere a iniziativa maschile. Sta accadendo tutto questo e ancora, immancabilmente, c’è qualcuno che nello sviluppo di un dibattito a un certo punto dirà: “E allora, il velo?”.

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Le testate nazionali festeggiano una legge – giustissima – per vietare l’infibulazione in Nigeria. Nel nostro paese, l’Italia, non esiste ancora una legge contro la tortura. Evviva la Nigeria, allora, pur con tutti i problemi che il paese conserva. Perché sappiamo benissimo che una cosa è approvare una legge – che per inciso non fa mai schifo – e un’altra cosa ben più difficile è sradicare una pratica. Tu sei lì che ti avvii con una certa speranza a un dibattito finalmente rinnovato e arriverà sempre la solita ghigliottina dialettica: “E allora, il velo?”.

Certo, la discussione sul velo è importante per le sue implicazioni e per tutta la riflessione che si tira dietro in materia di femminismo, femminismo musulmano, diritto all’autodeterminazione, convivenza tra culture, secolarizzazione, laicità, libertà di espressione, eccetera, eccetera. Ma prima di partire al galoppo in quella meravigliosa scorribanda che è il confronto d’opinioni sarebbe bene sapere due o tre cose. E siccome a volte è più facile vederlo che spiegarlo ecco una sintesi rapsodica della complessità culturale dell’argomento velo. I disegnini non sono perché vi ritengo scemi ma perché vorrei, una volta per tutte, che si smettesse di chiamare burqa un semplice foulard.

* Quello del “Fat Acceptance Movement”, è solo un esempio: è ovvio che sono da accettare tutte le taglie, le corporature, le altezze e le magrezze. Vi prego di non costringermi a inutili precisazioni.

burqa-differenze

In Italia

Francesca Capelli mi fa notare che burka e il niqab non sono vietati in Italia da nessuna legge. E’ vietato mascherarsi il viso quindi la legge può venire interpretata in modo allargato e inserire il burka che copre il viso nella categoria delle “maschere”.

L’hijab lascia visibile tutto il viso ed è molto simile all’uso di un foulard.

Hijab

L’Al-Amira è un velo a due pezzi: uno come copricapo che si stringe alla testa e l’altro come una sorta di sciarpa a forma di tubo che si avvolge al collo e copre anche parte della testa. Può essere di cotone, poliestere o elastam.

Lo Shayla un velo rettangolare che copre la testa, molto simile all’hijab. Si può portare in modi diversi, anche se uno dei più comuni è a coprire la testa e sopra il collo. È il tipo di velo che più si vede in Italia.

Al amira Shayla

Il khimar è un mantello che copra dalla testa in giù: alcuni modelli arrivano fino a sotto i fianchi, altri fino alle caviglie, in ogni caso lascia scoperti gli occhi e il volto. Si trova indossato per lo più in Medio Oriente in diversi colori.

Il chador è un tipo di velo molto chiuso che lascia visibile solo il viso. Un chador è un indumento di strada femminile tipicamente iraniano, consistente in un semplice pezzo di stoffa semicircolare aperto davanti che si mette sopra la testa, coprendo tutto il corpo salvo il viso.

Khimar Chador

Il burqa, scritto anche burka, è un abito avvolgente esterno utilizzato dalle donne in certe tradizioni islamiche per coprire il corpo nei luoghi pubblici. Il burqa è l’indumento o velo più stretto di tutti e copre anche gli occhi, dove c’è solo una griglia per vedere.

Il niqab è un velo che copre il viso usato da alcune donne musulmane come parte del vestito. Proprio dei paesi arabi del golfo persico, si può trovare in luoghi molto diversi come il nord Africa, Asia occidentale e il subcontinente indiano.

 

Ma non si finisce qui: ecco altre tipologie di velo. So che ce ne sono molti più tipi e usi: non riuscirò a illustrarli tutti. Se qualcuno mi vuole inviare foto con didascalia (da fonte attentidibile) sarò felice di aggiungerle. Così come sarò felice di correggere eventuali imprecisioni che mi vorrete segnalare.

Nun's veil

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Catholic mantillas (Spain)

Catholic mantillas (Spain)

Jewish girl snood

Jewish girl snood

Frumka - velo ebree ortodosse - vedi Bruria Keren

Frumka – velo ebree ortodosse – vedi Bruria Keren

A ulteriore spiegazione: http://www.jta.org/2008/02/08/news-opinion/the-telegraph/the-frumka-orthodox-women-find-religion

Buddhist nuns veil

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Amish girls snood

Amish girls snood

 

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