Femen or not. Il problema del neocolonialismo.

Una della ragazze di Muslimah pride tiene in mano un cartello in cui spiega come vede la relazione tra il femminismo occidentale e quello musulmano: donne bianche non musulmane che vogliono salvare le donne musulmane dagli uomini musulmani. Non ne abbiamo bisogno, dice il cartello. Muslimah pride fa parte dell’arcipelago del cosiddetto “femminismo musulmano”, fenomeno tra i più interessanti del momento, da tenere certamente sott’occhio. Per saperne qualcosa basta seguire sul web l’ashtag #muslimahpride, visitare il sito islamandfeminism.org oppure quello dell’associazione inglese maslaha.org. Ma ce ne sono altri: dopo i primi tentativi con le chiavi di ricerca giuste si ha solo l’imbarazzo della scelta. La consapevolezza dell’esistenza di un femminismo musulmano, a questo punto, è una questione di volontà, di esercizio della conoscenza o di scelta dell’ignoranza. In campo musulmano, ovviamente, ci sono molti femminismi alcuni dei quali certamente troppo schiacciati su visioni politiche islamiste (nel senso dei fratelli musulmani) ma questo non ci esime dalla necessità di prendere coscienza di una situazione tutt’altro che statica. Ovviamente il femminismo musulmano è diverso dal femminismo occidentale poiché si intreccia con le questioni inerenti la cultura musulmana, il neocolonialismo, i rapporti con l’Occidente e con ciò che alcuni autori chiamano “colonizzazione dell’immaginario”.

Latouche, in una conferenza tenuta nel febbraio 2007 in Benin, apriva il suo discorso sulla decolonizzazione dell’immaginario citando un adagio popolare che illustrava il concetto con una metafora: quando l’unico strumento a disposizione è un martello si vedono tutti i problemi sotto forma di chiodi. Il discorso di Latouche, seppur orientato all’economia, spiegava come gli uomini siano abituati a pensare all’interno di un preciso immaginario di cui spesso non sono neppure consapevoli. Un immaginario con confini e regole precise, al di fuori del quale vi sono molti altri immaginari possibili di cui non si sospetta nemmeno l’esistenza. Gli strumenti che siamo abituati ad applicare, in sostanza, alterano la percezione delle sfide che dobbiamo affrontare e di conseguenza stravolgono la ricerca di soluzioni appropriate.

Nell’articolo La colonizzazione dell’immaginario, Pier Luca Marzo ha definito il fenomeno in questi termini: «Il processo di colonizzazione moderno si è spiritualizzato, emancipandosi dal suo corpus geo-culturale d’origine (…). Abbiamo un colonialismo politico che idealmente si esprime attraverso l’idea dell’esportazione dello standard democratico (…). Abbiamo un colonialismo dei buoni sentimenti dei diritti umani, che pretendono di elevare il percorso immaginario della nostra tradizione giuridica, definendo cosa sia diritto e cosa sia umano, costruendo così l’idea di un uomo planetario quando in realtà l’uomo è sempre accasato in un domicilio etnicamente determinato».

L’operazione delle Femen sembra rientrare nei termini di questa analisi poiché assomiglia molto a un colonialismo dei diritti umani che pretende di universalizzare il percorso immaginario della nostra tradizione giuridica. Ecco perché il discorso delle Femen solleva negli osservatori molti dubbi e domande irrisolte. Esso interpreta gli ultimi sussulti di un modello un tempo glorioso che però, nelle loro mani, viene ridotto a pura estetica del gesto senza più corrispondenza con un contenuto politico efficace. Qualcuno sa cosa esattamente rivendicano le Femen? Qual è il loro obiettivo? Il percorso politico che seguono?

Qualsiasi forma di femminismo contemporaneo non potrebbe mai accontentare tutti, ovviamente. Ma dovrebbe comunque cercare una mediazione partendo dal fatto che sono possibili varie sfumature a seconda della provenienza e della cultura delle donne. Nessun femminismo dovrebbe imporsi quale modello unico per tutti i contesti e gli ambiti culturali poiché in tal modo non farebbe altro che sostituire dominazione a dominazione. Esistono, infatti, movimenti femministi anche all’interno del mondo cattolico, del mondo ebraico, del mondo musulmano e sono ragionevolmente convinta che il fenomeno sia trasversale alle diverse culture.

In sostanza il femminismo si è esteso dal contesto secolare al contesto religioso e questa, dal mio punto di vista rigorosamente laico, deve essere colta come un’occasione di arricchimento, un’opportunità di confronto per avviare un discorso nuovo sulle donne e i loro diritti nei rispettivi contesti di appartenenza. Siamo al punto in cui non è più necessario professare un anticlericalismo militante per definirsi femministe. Il femminismo, seppur trasformandosi in conformità dei tempi che stiamo vivendo, è penetrato negli ambienti più disparati e viene portato avanti dalla riflessione di donne che appartengono a sistemi di pensiero radicalmente diversi tra di loro, laici e non.

Del resto non esiste più un mondo univoco e immutabile ma al contrario viviamo continue fasi di trasformazione e riconfigurazione socio-culturale. Nella contemporaneità le relazioni sociali sono caratterizzate da strutture che si decompongono e ricompongono rapidamente in modo incerto e fluido. E le trasformazioni in corso coinvolgono tutti poiché riguardano sia il mondo occidentale che quello vicinorientale. La questione della liquidificazione della società si incardina, inoltre, nel tema dell’identità che risulta tanto più complesso quanto più aumenta il processo di globalizzazione.

Già negli anni ’70, Claude Lévi-Strauss formulava l’idea che chi troppo comunica con sé stesso, con la propria identità, rifiutando di stabilire il dialogo con l’altro, finisce per “ammalarsi di sé”. Il problema della comunicazione della Femen e delle analoghe forme di pensiero, per così dire, autocentriche si riassume appunto nel tipo di rapporti che riescono a stabilire al di fuori di sé. La comunicazione richiede la presenza di un io e di un tu: un tu vero, non sdoppiato dall’io che si ostina a parlare solamente con sé stesso. L’altro, il tu, deve dunque essere accettato come interlocutore alla pari dall’io perché solo così esiste la comunicazione.

Danilo Dolci, a partire dagli anni ’80, sottolineava la sostanziale differenza tra comunicazione e trasmissione. Il trasmettere è un’operazione unidirezionale e potenzialmente violenta mentre la comunicazione implica sempre reciprocità, anche quando si fa tanto vivace da sfociare nello scontro. Se è sempre più facile a uno, trasmettere verso miriadi di singoli, per comunicare non basta l’iniziativa del singolo: occorre l’attivo corrispondere di un altro.

Come molti approcci autocentrici mi sembra che anche quello delle Femen sia una sorta di falso dialogo. Qualcosa che vuole assomigliare al confronto ma non riesce ad esserlo poiché non concepisce un vero tu al di fuori del proprio io. Al massimo riesce a stabilire uno sdoppiamento del proprio io, un tu inesistente mentre l’io continua a confrontarsi solo con sé stesso. Per di più questo  accade all’interno di un sistema di comunicazione che rispecchia le dinamiche del colonialismo dei buoni sentimenti poiché applica agli altri la propria concezione dell’uomo e della donna calandola, ipso facto, dalla propria all’altrui antropologia.

Sia che si parli di apparati culturali, di credenze spirituali o di strutture sociali le cose non cambiano. Abbiamo prima di tutto bisogno di conoscere e di conoscerci, ossia di studiare le culture altrui e di confrontarci con il pensiero di chi vi appartiene. Solo dopo possiamo ascoltare il loro punto di vista anche (e soprattutto) in una prospettiva femminista. I nostri bisogni di donne sono definiti da una serie di rivendicazioni che dipendono dalla nostra cultura di appartenenza. I bisogni vanno dall’ambito lavorativo alle scelte etiche personali ma non è detto che per tutte le donne valgano le stesse cose. Si arriva a una sintesi solo dopo un processo di mediazione e di crescita che permette di focalizzare alcuni obiettivi condivisi. Tale processo è parte fondante del percorso di consapevolezza. Senza di esso non è data alcuna coscienza di sé, dei propri bisogni e delle proprie rivendicazioni. Dunque dobbiamo porci a fianco degli altri femminismi, non al sopra.

Assumere una prospettiva simile implica però un rischio che non tutti vogliono o sono in grado di affrontare. Il rischio di concedere la totale libertà di autodeterminazione a quelle donne della cui emancipazione vorremmo farci protagoniste a distanza. Il rischio, insomma, che i bisogni e le rivendicazioni espressi dalle altre donne vadano in una direzione diversa dalla nostra. Che ci piaccia o no, non saremo noi a liberare le altre, qualsiasi appartenenza culturale esse abbiano. Ma potremmo stare al loro fianco nel processo di autoliberazione che metteranno in atto. Potremmo confrontarci, capire quali differenze ci caratterizzano e quali sono i rispettivi bisogni, rinunciando a decidere al posto loro. Si tratta insomma di passare dal ruolo di maestre/i di femminismo a quello di compagne di strada. O ancora di passare da un rapporto verticale a un rapporto orizzontale, da un approccio neocoloniale a un approccio che superi finalmente le logiche proprie della colonizzazione dell’immaginario. Chi lo sa, magari scopriamo perfino il modo di rivitalizzare il dibattito.

Ilaria Sabbatini

Ps. Ho volutamente evitato di affrontare la discussione sulla vicinanza o meno delle Femen al Partito della Grande Ucraina affrontato da Olivier Pecther: quello che mi interessa in questa sede è il rapporto tra i diversi femminismi. 

P.p.s. Qualcuno mi ha fatto notare che esistono problemi molto più gravi del velo come le impiccagioni delle donne in Iran. Bene, io rispondo che intanto la questione è trasversale poiché le impiccagioni riguardano sia le donne che gli uomini. Semmai il problema è quello del rispetto dei diritti umani che risultano particolarmente offesi in alcune zone del mondo. Sottolineo che questo tipo di generalizzazioni non rispecchiano un approccio razionale. Paesi e regioni diversi non possono essere trattati alla stregua di un unico blocco. Quello che accade in Iran è gravissimo, ma è diverso da quello che accade in Tunisia. Infine va sempre reso noto che nei diversi paesi esistono già e sono già operative varie associazioni per l’affermazione dei diritti umani. Associazioni come Hrana che si occupa di denunciare le violazione di diritti umani e di lottare per la loro difesa, con sede proprio in Iran https://hra-news.org/en/about-us. Penso che sia molto importante prendere atto che esistono queste realtà e relazionarsi con esse. La ricerca di un interlocutore alla pari è quello che fa la differenza tra un atteggiamento di superiorità e uno rispettoso della dignità altrui. Il nostro ruolo più importante è far conoscere e amplificare le attività esistenti, senza pensare di essere necessariamente noi i soli a poter “salvare” qualcuno che si sta di salvando da solo. Per il resto proseguite voi: google, “human right”, “arab associations” etc.

Bibliografia minima

Z. Bauman, Liquid modernity, Cambridge, Polity, 2000 (trad. it. di Sergio Minucci, Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza, 2002).

A. Benchemsi, Le “musulman modéré”, une version actualisée du ‘bon nègre”, Le Monde, 16 gennaio 2015 (url: http://www.lemonde.fr/afrique/article/2015/01/16/le-musulman-modere-une-version-actualisee-du-bon-negre_4557616_3212.html consultato il 28 aprile 2015)

E. Biagi, Terza B: facciamo l’appello, messo in onda il 3 Novembre 1975, il giorno dopo la morte di Pasolini, registrato nel 1971.

S. Cingia, Femen vs Muslimah Pride: due femminismi a confronto, in Cronache internazionali, 18 aprile 2013 (url: www.cronacheinternazionali.com consultato il 16 novembre 2014)

F. Colonna, Femminismo musulmano e Gender Jihad per l’emancipazione di tutte le donne, in Donneuropa, 8 luglio 2014 (url: www.donneuropa.it consultato il 16 novembre 2014)

D. Dolci, Dal trasmettere al comunicare, Casale Monferrato, Sonda editore, 20113 (prima edizione 1988)

Eco della storia – Baumann e la modernità liquida, puntata di Rai storia (url: http://www.raistoria.rai.it/articoli/eco-della-storia-bauman-e-la-modernit%C3%A0-liquida/24893/default.aspx consultato il 28 aprile 2015)

F. Marsi, Musulmane velate e femministe? “Si può. E senza rincorrere le occidentali”, in Il Fatto quotidiano, 1 aprile 2014 (url: www.ilfattoquotidiano.it/2014/04/01/musulmane-velate-e-femministe-si-puo-essere-entrambe-e-senza-rincorrere-le-occidentali/933487/ consultato il 16 novembre 2014)

S. Latouche, La decolonizzazione dell’immaginario, conferenza tenuta durante il seminario Africa: Ricchezza – Povertà, Crescita –Decrescita, Tohoué – Benin, febbraio 2007 (url: www.youtube.com/watch?v=YurQCy4z8bM consultato il 16 novembre 2014)

L. Strauss, L’identità. Seminario diretto da Claude Lévi-Strauss, Palermo, Sellerio, 1986 (tit. or. L’identité. Séminaire interdisciplinaire dirigé par Claude Lévi-Strauss, 1974-1975, Parigi, 1977).

L. Marzo, La colonizzazione dell’immaginario, in Quaderni di Intercultura, Anno III (2011).

A. Fiscarelli, Danilo Dolci. Il conflitto comunicare/trasmettere, traduzione del testo francese Danilo Dolci. Le conflit entre transmettre et communiquer et sa résolution maïeutique dello stesso autore, presentato alla Biennale internationale de l’éducation, de la formation et des pratiques professionnelles, Parigi, 2012 (url: casarrubea.files.wordpress.com/2012/12/danilo-dolci_-il-conflitto-comunicare-_trasmettere.pdf consultato il 16 novembre 2014)

M. Iannucci, Genere e Islam, percorsi di liberazione, in Femminismi musulmani. Un incontro sul Gender Jihad, a cura di A. Assirelli, M. Iannucci, M. Mannucci, M. P. Patuelli, Fernandel editore, Ravenna, 2014.

La rédaction,“Muslimah Pride” : féminisme islamique et dénonciation des impostures à travers les réseaux sociaux, in Cahiers de l’Islam, 5 aprile 2013 (url: www.lescahiersdelislam.fr/Muslimah-Pride-feminisme-islamique-et-denonciation-des-impostures-a-travers-les-reseaux-sociaux_a278.html consultato il 16 novembre 2014)

M. Zola, Le Femen, storia di una presa per il culo, in East Journal. Società, politica e cultura dell’est Europa, 10 febbraio 2014 (url: http://www.eastjournal.net/ucraina-le-femen-storia-di-una-presa-per-il-culo/38621 consultato il 25 novembre 2014)

Karima Moual, “Ci vogliono solo velate”, le giovani musulmane boicottano la tv italiana, La stampa, 17 gennaio 2017

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Un pensiero su “Femen or not. Il problema del neocolonialismo.

  1. Orson Belles

    Sapete che c’è un femminismo islamico? Rilegge il Corano dalla parte delle donne

    di Barbara Mapelli *

    “Non è breve la storia che anche il mondo arabo può vantare di movimenti femminili e femministi, spesso nel Novecento affiancati alla lotta per la liberazione dai regimi coloniali”.

    Nella foto Fatema Mernissi, la scrittrice marocchina che ha interpretato la taglia 42 come il velo occidentale

    Credo che molte e molti di noi, leggendo che le prime forme di movimento per la liberazione della donna nel mondo arabo sono nate tra fine Ottocento e inizi Novecento, più o meno contemporaneamente a quanto stava succedendo in Occidente, resteranno stupiti. A me è capitato sfogliando le prime pagine del volume Femminismi islamici (a cura di Ada Assirelli, Marisa Iannucci, Marina Mannucci, Maria Paola Patuelli, ed Fernandel). Stupore salutare per la nostra mente e il nostro giudizio perché avvia a scrostare dall’una e dall’altro i primi strati di persistenti stereotipi che accompagnano le nostre consapevolezze eurocentriche, l’orgoglio di chi ha la convinzione di detenere i soli primati di libertà e democraticità che illuminano il pianeta in cui viviamo. E nulla naturalmente voglio togliere o negare di questa libertà, che tra l’altro mi consente di scrivere senza alcun timore quel che penso, ma è sempre utile che le nostre coscienze occidentali (e femministe) vengano in contatto e si sforzino di comprendere, per quanto possibile, mondi differenti, per non ridurci a un unicum di pensiero semplificato e semplificante, che comprende anche chi si ammanta di veli di purezza e innocenza perché si indigna e si chiama fuori dalle ideologie e dai valori occidentali, di cui peraltro gode tutti i vantaggi.

    Allora spazziamo la mente da pregiudizi di destra e di sinistra, apriamo gli occhi e leggiamo alcune pagine con l’umiltà di chi non sa già tutto, ma anzi spera ed è disponibile a lasciarsi disorientare.

    Sappiamo, ed è innegabile, che nei paesi islamici le donne vivono limitazioni alla libertà personale e discriminazioni anche sul piano giuridico, oltre che condizioni di povertà, analfabetismo, disagio sociale superiore agli uomini, dai quali peraltro subiscono violenze soprattutto domestiche (ma questa è una storia nota anche per noi). Eppure, come già scrivevo, non è breve la storia che anche il mondo arabo può vantare di movimenti femminili e femministi, spesso nel Novecento affiancati alla lotta per la liberazione dai regimi coloniali. A quest’ultima le donne hanno partecipato attivamente, per poi, quando le cose sono terminate, essere lasciate a casa, ma anche questa è una storia che conosciamo bene.

    Entriamo però meglio nelle situazioni della contemporaneità, partendo da un’affermazione necessaria e iniziale che ci consente uno sguardo più libero. Il mondo islamico non è un monolite uguale ovunque, ma è piuttosto un universo complesso, variegato, eterogeneo, nel quale la religione ha un ruolo centrale, ma non è l’unica causa della subordinazione femminile – lo sono ad esempio anche i regimi autarchici, autoritari che ancora vivono o sono stati recentemente rovesciati nel mondo arabo – e dell’impossibilità delle donne musulmane ad avvicinarsi alla modernità, ai mutamenti sociali, al sistema dei diritti. È questa una percezione riduttiva della realtà femminile araba, che paradossalmente accomuna il prevalente giudizio occidentale alle concezioni che guidano su questo terreno gli estremisti islamici, che impongono, in nome della loro religione, le condizioni di inferiorità e di esclusione, oltre che di ignoranza delle donne (ma a questo proposito cerchiamo di ricordare che dal mito della donna ignorante non siamo poi temporalmente troppo lontani neppure noi europei, italiani in particolare). Un buon sistema infatti per noi di contrastare gli stereotipi e liberarci progressivamente dagli strati di pregiudizio è quello di non dimenticare da dove veniamo, quali sono le culture che rappresentano la nostra storia, anche recente. Velo docet.

    Torno alla storia dei femminismi islamici: gli attuali, dopo i movimenti di tutta la prima metà del Novecento, si sviluppano intorno agli anni Novanta dello scorso secolo e sono un movimento che si basa, pur con differenze interne, sulla rilettura del Corano in una prospettiva femminile e propone la riforma di leggi e istituzioni patriarcali in nome dell’Islam. La religione non rappresenta dunque per questi movimenti un ritorno al passato, ma una forma di reinvenzione individuale e collettiva che fa i conti con la società contemporanea e si propone di riscrivere le forme della modernità. Altro stereotipo che le donne islamiche ci aiutano a decostruire: il supposto contrasto tra tradizione e modernità. Ed è qui che ci si presenta il cuore e il significato centrale dei movimenti femministi islamici: il lavoro di reinterpretazione del testo sacro, del Corano, sottraendolo alla normatività dei contesti e culture storiche e patriarcali che l’hanno tradizionalmente interpretato.

    Occorre distinguere, insegnano le teologhe islamiche, tra il testo e l’esegesi, cioè l’interpretazione che se ne è fatta nella storia. La causa della discriminazione delle donne non è il Corano, ma la religione vissuta in società patriarcali che l’hanno interpretato secondo le culture dominanti e hanno creato una tradizione religiosa sessista. Le femministe islamiche, fin dalle pioniere dello scorso secolo, si sono impegnate nel lavoro di decostruzione delle precedenti interpretazioni maschiliste e di rilettura dei versetti con sguardo di genere. Ed è questa soprattutto la differenza con i movimenti dei femminismi occidentali, che per lo più si sono tenuti distanti dalla dimensione religiosa, anche se vi sono ormai in Europa e anche in Italia interessanti scritti e prese di posizione di teologhe femministe, e un coordinamento (CTI) che riunisce le diverse anime della teologia cristiana. Ma credo che questo discorso meriti un’attenzione a parte e una maggiore vicinanza, che il femminismo italiano, generalmente o prevalentemente considerato laico, dovrebbe approfondire.

    In ogni caso, secondo i movimenti delle donne islamiche, la reinterpretazione del Corano ne svela il messaggio più genuino di sostanziale uguaglianza tra donne e uomini, «in verità non farò andare perduto nulla di quello che fate, uomini o donne che siate, che gli uni sono come gli altri» (Corano, III, 195), e la modernità del testo rispetto a temi controversi quali la poligamia o il divorzio, se collocato nei tempi in cui il Corano fu elaborato.

    L’interpretazione femminista parte dal presupposto che il Corano sia un testo polisemico, suscettibile di varie interpretazioni, mentre risulta fuorviante il limitarsi a citazioni singole estrapolate dal contesto. Un esempio molto chiaro può riferirsi alla virilità prodigiosa del Profeta, molto citata naturalmente da alcune interpretazioni maschiliste: in una di esse si afferma che Maometto in una sola notte copulò con tutte e nove le sue mogli. Una potenza maschile che viene direttamente collegata al dono della profezia, come simbolo di una forza virile che può tenere a bada contemporaneamente molte donne. Eppure, sostengono le interpreti femministe, esistono nel Corano immagini di una ben diversa mascolinità, attenta, affettuosa, in grado di prendersi cura – e con reciprocità – della persona che ha accanto.

    Il pensiero femminista islamico prende il nome di gender Jihad: potremmo tradurre il termine, semplificando e con qualche risonanza nella nostra storia, in «lotta femminista», con l’attenzione però che si tratta soprattutto di una lotta della mente, uno sforzo dell’anima e dell’intelligenza e del corpo delle donne per raggiungere l’obiettivo, attraverso la rilettura del Corano, di una società più giusta nei confronti dei soggetti femminili. Le femministe musulmane ci ricordano – è una lezione che risulta (o dovrebbe) molto utile anche a noi – che il luogo della maggiore problematicità nelle relazioni tra donne e uomini non è tanto lo spazio pubblico, quanto il privato, con i nodi assai difficili da sciogliere, per noi e per loro, nelle relazioni tra i due sessi. Ma anche molti uomini partecipano a questo sforzo dei movimenti femministi islamici, che sono – contro ogni residua credenza di contrasto tra modernità e tradizione – diffusi in tutti i paesi a maggioranza o comunque presenza significativa di musulmani (anche da noi quindi) e in rete tra loro.

    Ancora due osservazioni prima di chiudere un discorso che in realtà andrebbe ulteriormente aperto. La distanza tra i femminismi islamici e i nostri. Non si tratta solo della centralità della religione per i movimenti musulmani, che in Europa è marginale, come già dicevo, ma di una posizione critica nei nostri confronti da parte delle donne musulmane e il desiderio e la pratica di offrire al termine femminista un’autonomia dall’accezione occidentale per sottolineare percorsi differenti, con obiettivi che si discostano dalle presunte libertà occidentali. Ricordiamo il famoso discorso di Fatema Mernissi sulla taglia 42, interpretata come il velo occidentale. E a proposito di velo l’ultima osservazione, anch’essa utile per proseguire il nostro lavoro di liberazione dagli strati sovrapposti di pregiudizio. Il velo è per noi donne occidentali il simbolo più evidente della subordinazione femminile – e ci dimentichiamo che solo un paio di generazioni fa una donna italiana non sarebbe mai uscita di casa senza nulla in testa.

    Eppure il velo può essere interpretato in due modi opposti, così ci insegnano le femministe musulmane, può essere indossato per obbligo o passivo adeguamento, ma può anche essere scelto, per costume, per moda, per difesa da una società estranea o per affermare un’identità e un diritto sul proprio corpo, sottraendolo allo sguardo e alla volontà maschile, al modello occidentale di esposizione e di consumo del corpo femminile, quello che è stato definito il velo della nudità. L’uso del velo può essere inteso dunque come un atto politico, di dissidenza anziché di assuefazione a norme dettate da altri, così afferma la femminista marocchina Nadia Yassine.

    E anche qui si riapre un discorso infinito, che può però esserci utile nel dialogo tra donne diverse, se ciascuna, dall’una e dall’altra parte, riesce ad ascoltare veramente, il più possibile libera da quei pregiudizi che nascono soprattutto dalla paura.

    http://27esimaora.corriere.it/articolo/sapete-che-ce-un-femminismo-islamico-rilegge-il-corano-dalla-parte-delle-donne/

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