Oche: da dove credevate che arrivassero le piume?

Che da piccola avevo un anatroccolo e lo zio se l’è mangiato come anatra è cosa che non dimentico, eppure la capisco. E’ una logica di utilità pratica, dove gli animali e l’uomo vivono simbioticamente rispondendo ai reciproci bisogni. Mia madre mi raccontava spesso di quando ammazzavano il maiale. I vicini si radunavano in corte e uccidevano l’animale, poi tutti insieme lo macellavano e ne conservavano ogni parte per farne carne, lardo e insaccati. Anche le ossa venivano messe via per mangiarle con la polenta.

A noi che abbiamo perso i contatti, quel mondo può sembrare crudele ma tutto rientrava in uno specifico sistema economico e sociale. Io sono nata in città, dove i piccioni erano il massimo consentito, e per me era normale che un’anatra crescesse libera e felice invece di finire in pentola. Da piccola ero convinta che per fare il prosciutto si tagliasse la zampa al maiale, addormentandolo, e che questa potesse ricrescere. Non ero una bambina stupida o ingenua: avevo osservato le lucertole. Ma come tante persone della mia generazione non avevo più un contatto col mondo agricolo e il mio rapporto con la terra era limitato ai vasi da fiori del terrazzo.

Per l’anatra piansi un po’. Ma capivo che rientrava nell’ordine delle cose. Sapevo che c’erano persone che non mangiavano animali. Ma sapevo anche che mio zio non aveva agito con crudeltà o per avidità. Era semplicemente un modo di vita: il suo modo di vita. Mi era chiaro però che non aveva fatto soffrire l’anatra. Quando andavo a trovarlo mi faceva vedere i coniglietti e i pulcini. Quegli animaletti che per me erano peluches sarebbero diventati cibo e io lo sapevo. Così come sapevo che, nonostante questo, venivano trattati bene fino all’ultimo dei loro giorni.

Per me il vero trauma fu quando scoprii la castrazione dei maiali a vivo. Quel giorno ero a passeggio con i genitori e sentii i maiali strillare. Intravidi qualcosa dentro una struttura che non era la solita cascina di campagna. Non capii che si trattava dei capannoni di un allevamento intensivo. Mia madre mi portò via e mi ci volle del tempo e molte domande per capire cosa stava succedendo. E’ stato lì, credo, che in me si è formata l’idea del confine tra necessità e crudeltà.

Voglio chiarire una cosa: adoro gli animali di qualsiasi genere ma non sono vegetariana. Vi prego lasciatemi finire, anche perché il problema che voglio affrontare vi potrebbe interessare in ogni caso. Ciò che secondo me è davvero importante è il rapporto che i diversi tipi di allevamento hanno con la crudeltà sugli animali. L’allevamento intensivo e l’allevamento estensivo sono due filosofie di vita e di pensiero completamente diverse. Mio zio ha mangiato l’anatra ma di certo non l’ha spiumata viva.

E siamo dunque al punto: la puntata di Report sul trattamento delle oche da piuma. Chi non l’ha vista ci pensi bene perché non è facile arrivare in fondo. Io non l’ho fatto, per esempio. Ma più che altro l’argomento a cui voglio arrivare è quello della domanda “da dove credevate che arrivassero le piume?”.

Me lo sono sentito dire più volte dalle persone più disparate. Ma francamente non capisco cosa abbiano da rimproverare a chi è rimasto colpito dalle immagini della spiumatura. Sono arrivata alla conclusione che ci sia un grossimo problema di comunicazione. Una sovrapposizione impropria di diverse questioni. Come quella tra il discorso sul modo in cui vengono trattati gli animali nei processi produttivi industrializzati e il discorso sull’implicazione di una certa marca. Sono convinta innanzitutto che sia stato importante far sapere come vengono trattate le oche da piuma. Quanto poi al problema se quel tipo di prodotto sia usato da Moncler, da Ikea o da qualcun altro, credo che meritebbe un’inchiesta a parte.

La domanda “da dove credevate che arrivassero le piume?” presuppone una risposta. La risposta implicita è: “ma certo, è ovvio che le oche venissero spiumate per ottenere le piume”. Proprio qui sta l’errore, ossia l’omissione di informazioni che falsa tutta la comunicazione. E’ ovvio che le piume vengano tolte in qualche modo, presumibilmente strappate: la differenza sostanziale è se queste piume vengono strappate da morte o da vive. Perché, cari signori, strappare le piume alle oche vive è illegale e non è per nulla normale. Diffuso forse, ma non normale. Nè dal punto di vista delle pratiche legali nè dal punto di vista della cultura contadina.

In Italia esistono leggi che tutelano i diritti degli animali. La Polizia di stato, sul suo sito, prevede un rimando alla legge 189 del 20 luglio 2004 contenente le disposizioni sul maltrattamento. L’articolo 544-ter (Maltrattamento di animali) recita: “Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da tre mesi a un anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro. (…) La pena è aumentata della metà se dai fatti di cui al primo comma deriva la morte dell’animale”.

Ora, cari signori, può anche succedere che le leggi vengano ignorate ma questo non significa che non esistano. Chi si sorprende (e s’incazza) per il trattamento delle oche da piuma non è ingenuo e non è nemmeno stupido. Semplicemente non lo sapeva. Oppure pensava che le piume avessero un’origine legale. Non sapeva che alcune piume usate per riempire gli indumenti o gli arredi sono ottenute illegalmente. Perché sì, il busillis sta proprio lì, in quell’avverbio puntiglioso e burocratico, illegalmente, da cui dipendono così tante cose.

Vedete, voi avreste ragione se si trattasse di una pratica legale e ben conosciuta. Invece non è affatto così: la spiumatura a vivo è una pratica illegale e poco conosciuta. “Da dove credevate che arrivassero le piume?” è una domanda inutile: è ovvio che i più non lo sapessero altrimenti non ne sarebbero rimasti stupiti. Anzitutto le persone hanno perso il contatto col mondo agricolo. Quindi cosa vogliamo raccontarci? I bambini, in certi casi, per vedere un animale da cortile devono aspettare le gite della scuola. In secondo luogo ci sono delle normative in merito al tipo di spiumatura e la spiumatura a vivo è illegale. Le persone, pur non sapendolo che precisione, immaginavano esattamente questo.

Scandagliando il web ho scoperto che la legislazione europea è facilmente reperibile e prevede una convenzione sulla protezione degli animali negli allevamenti. La normativa europea afferma in sintesi che occorre “proteggere gli animali da allevamento da inutili sofferenze o lesioni, a causa delle condizioni di alloggiamento, alimentazione o cura. Per raggiungere questo obiettivo, la convenzione impone agli Stati che l’hanno approvata di rispettare determinate regole, in particolare relativamente al sito di allevamento (spazio e condizioni ambientali), all’alimentazione e la salute degli animali, e all’organizzazione delle ispezioni degli impianti tecnici nei moderni sistemi di allevamento intensivo”.

Se questo non bastasse, alcune case di produzione mettono in chiaro gli standard di tracciabilità. La logica conseguenza è che non c’è nulla di scontato, come si vorrebbe far credere. La spiumatura non deve affatto avvenire come quella che si è vista negli allevamenti illegali. Quindi sì, serviva saperlo perché quello che abbiamo visto non è una cosa normale: è una comportamento illegale. Illegale in riferimento alle normative a cui sono sottoposti i prodotti nel nostro paese, illegale rispetto alla normativa europea e anormale rispetto alle pratiche contadine.

Forse chi polemizza vorrebbe fare riferimento a un’ipotetica cultura agricola tradizionale e genericamente spietata. Un mondo vagamente “antico” dove non ci sarebbe stata attenzione per la sofferenza animale. In parte è vero, l’animale veniva allevato per mangiarlo. Ma salvo smentite dell’ultimora non mi risulta che venisse praticata la spiumatura a vivo. Non erano i motivi umanitari a porre dei freni agli allevatori ma il semplice fatto che far morire un’oca di infezione era una perdita non accettabile. Non in un mondo in cui le risorse erano limitate e la ricchezza si misurava in base al numero di capi di bestiame. L’oca, i contadini la spiumavano da morta, prima di mangiarla, e doveva arrivare sana alla macellazione.

Oggi siamo passati alla produzione in serie. La spiumatura non fa più parte delle filiera degli animali da carne. E siccome si risparmia sulla mano d’opera si preferisce spiumare gli animali morti con l’acqua bollente. Questa procedura rovina le piume che vengono buttate via. Nell’ipotetico mondo contadino antico e crudele di una certa oleografia, invece le piume erano un bene e non venivano buttate via. Ma anche l’animale era un bene e doveva essere preservato per l’alimentazione. Nella produzione industriale, invece, pare più conveniente usare le piume ottenute con la spiumatura a vivo.

Quindi non mi vergogno a rispondere alla domanda. Da dove credevate che arrivassero le piume? Come molti pensavo che le piume venissero dalla spiumatura legale, cioé senza trattamenti crudeli per gli animali.

Ilaria Sabbatini

 

 

 

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