Morire, amare, decidere

Prima o poi doveva succedere, ed è successo oggi. Non so perché. Forse perché Brittany Maynard è morta. Forse perché una mia amica mi ha fatto notare che non è suicidio ma eutanasia. Forse perché mia sorella ha postato la storia della ventinovenne malata di tumore. Fatto sta che credo sia giusto raccontare la mia piccola storia perché non è solo mia ma appartiene a molte persone che come me hanno perso qualche loro caro per una malattia incurabile. Il tumore oggi è molto spesso curabile ma a noi la sorte ha assegnato un percorso diverso. Un tumore al polmone, complicato da una fragilità cardiaca e una ridottissima funzionalità renale che rendevano difficile qualsiasi intervento. Mamma non avrebbe retto l’anestesia né la chemio. Il 16 settembre 2011 se ne è andata. Ho tenuto la sua mano fino all’ultimo momento e solo con un grande sforzo di lucidità sono riuscita a lasciarla. Mi sono ritirata dalla stanza e ho visto che preparavano quello che era ormai un corpo. Corpo amatissimo ma non più mia madre. Non mi sono posta il problema di cosa fare: sapevo perfettamente che dovevo solo lasciar accadere la sua morte. Ho visto l’ultimo respiro, il petto che non si alzava più, il fiato che non tornava nei polmoni. Ho sentito la sua mano cambiare. Sono uscita e prima di chiamare i parenti ho fumato una sigaretta alla sua salute.

Quello della sua morte, però, non è stato il giorno del dolore. Il giorno del dolore è stato una settimana prima. Ma occorre spiegare un po’ di cose. Per una serie fortuita di eventi, fino a un certo punto della sua malattia, mia madre non ha avuto dolore. I primi dolori si contenevano con gli analgesici, poi analgesici più pesanti e ancora più pesanti fino ad arrivare alla morfina, quella in fiale. Massimo tre nell’arco di non ricordo quanto tempo. Per un po’ la morfina in fiale ha funzionato, poi nemmeno la dose massima assunta tutta in una volta bastava a darle sollievo. A un certo punto mia sorella mi ha chiamato per dirmi che non ce la faceva più. Quando mi ha chiamato la mia sorella maggiore, quella che mi aveva sempre protetto, piangeva. La strada l’abbiamo volata. Mia sorella era a pezzi. Mia madre si lamentava. Abbiamo chiamato il medico, dato che non potevamo decidere sulla morfina, ma nessuna fiala le calmava più il dolore. Mi sono attaccata al telefono e siamo riusciti a farla ricoverare. Mia sorella, che l’ha sempre accudita, l’abbiamo lasciata a casa: doveva riprendere fiato. Al pronto soccorso hanno fatto entrare solo me. Mio marito da fuori riusciva a sentire la voce di mia madre che non finiva di lamentarsi. Un continuo dolente stillicidio, un pianto sommesso che non si fermava mai. Purtroppo era ancora piena di forza. Per un paradosso crudele la sua enorme forza vitale è stata la principale causa del suo enorme dolore. La sua è stata una sofferenza lucida e senza incertezze. Il suo corpo non si lasciava andare alla debolezza mentre il cancro le cresceva nel torace. Ci avevano spiegato che avrebbe potuto provocare fratture, soffocamento oppure rompere un vaso sanguigno. Mia madre non lo sapeva, per amor suo avevamo deciso di dirle solo una parte di tutto questo, ma quando la sentivo piangere io sapevo benissimo cosa stava accadendo.

Mia madre è stata sempre lucida ed era totalmente consapevole di perdere l’autonomia, di dipendere sempre più da altre persone anche per le funzioni intime. Questo le era intollerabile, eppure l’ha sopportato. Ci scherzavamo sù, ci inventavamo motti stupidi per farla ridere. Mentre andava in bagno, sempre alla presenza di qualcuno, le dicevamo “culo allegro Dio l’aiuta” e idiozie del genere. Lei stava al gioco. Mia madre è stata una donna di ferro, che ha sempre manifestato una forza e persino un’intransigenza difficili da accettare. Posso solo immaginare cosa abbia significato per lei scendere, gradino dopo gradino, la scala che la portava dalla condizione di donna indipendente a quella di malata non autosufficiente, cieca e sorda. Sì perché mia madre soffriva già di una maculopatia che le aveva sottratto quasi tutta la vista. Ma pur cieca continuava ad andare in bicicletta. Io la seguivo e ogni tanto per proteggerla facevo piccoli tamponamenti. Lei si spazientiva perché rimanevo indietro, senza preoccuparsi delle difficoltà oggettive, come se non esistessero. Questa era mia madre.

Quando l’ho vista piangere nel letto del pronto soccorso ho intuito per un brevissimo momento l’enormità di quello che stava vivendo e mi sono sentita schiacciata. Il dolore che le spaccava il petto, la disperazione di non poter fare nulla, la stanchezza per quello che aveva vissuto fino a quel momento. “Aiutatemi mi sta mangiando viva”. Non usava eufemismi, mia madre. Ero annichilita. Tutt’ora lo sono. Ricordo ogni dettaglio. Non sentivo più nulla se non la sua voce. Non capivo più nulla, non sapevo cosa fare, ero sola con lei ad affrontare quei cani che la divoravano da dentro. Sono quasi certa che si sia trattato di minuti. Ma il tempo per me è stato lunghissimo. Di fronte a una simile manifestazione di dolore il significato del tempo cambia. I secondi diventano ore, i minuti settimane. Quando ripenso a quei momenti, e ci ripenso spesso, mi salgono lacrime di rabbia. Lì non potevo piangere però. Cercavo ci consolarla. Cercavo di tenerle la mano. Ma una persona che è in balia di quel dolore non ha più coscienza di niente, neanche di te che sei sua figlia, e ti chiede, ti implora guardandoti negli occhi, di farlo smettere. A qualunque costo. Solo di farlo smettere. “Addormentatemi” diceva alle infermiere. Quando è arrivata l’oncologa mi ha parlato chiaro e senza giri di parole. Dovevamo prendere una decisione subito. Potevamo sedarla temporaneamente ma appena si fosse ripresa il dolore si sarebbe ripresentato nella stessa forma. Oppure potevamo tenerla costantemente sedata. Ho fatto segno di sì con la testa. Ma la dottoressa voleva essere sicura che avessi capito bene. Se noi le induciamo una sedazione profonda, tua madre, la devi salutare adesso perché non ti risponderà più. Valutare il peso di queste parole non è stato facile. Lei non ti risponderà più. E sarai stata tu a farlo succedere. A farla dormire, fino al sopraggiungere della morte. Tu devi decidere e rinunciare per sempre a sentire la voce di tua madre, a guardarla negli occhi. Hai poco tempo non puoi pensarci troppo. Perché dall’altra parte c’è il suo pianto: addormentatemi. Ho alzato la testa, ho guardato la dottoressa in faccia e ho detto semplicemente: addormentatela.

In realtà neanche ho potuto salutarla. Sono tornata da lei, le ho detto che ora le facevano passare il dolore. Lei ha chiesto conferma, quasi fosse un regalo inatteso, e sottovoce mi ha detto: lo so cosa sta succedendo. Piano piano la morfina è entrata in circolo e lei si è rilassata ma poi si è subito addormentata. L’ho accarezzata sui capelli. Ho sentito che cominciava a russare leggermente e mi sono data il permesso di cedere. Finalmente non c’era più il dolore. Finalmente dormiva. Finalmente non piangeva più. L’oncologa mi aveva spiegato che nei giorni successivi avrebbero provato a diminuire la morfina per vedere come reagiva. Hanno tentato di diminuire la morfina per tre volte e per tre volte lei ha ricominciato a piangere prima ancora di essere sveglia. Nei sei giorni in cui ha continuato a vivere non ci ho più parlato. O meglio: lei non mi ha più risposto. L’ultimo giorno, per qualche motivo che ancora non so, ho scombinato tutti i turni di visita. Sarei dovuta andare da lei dopo la lezione di inglese ma non ne avevo voglia. Volevo vedere subito mia madre. L’ho salutata e mi sono messa al tavolo della sua stanza a correggere delle bozze. Poi l’infermiere mi ha detto che qualcosa non andava, il battito si stava indebolendo e il respiro diventava superficiale. Ho avvertito i parenti. Ho sistemato le mie cose e ho aspettato.

Ho sentito la sua mano diventare sempre più fredda, ho visto il suo petto farsi sempre più rapido ma ero in pace. Non avevo paura. Sentivo il dolore del distacco. Ma la paura, quella vera, era passata. La paura che non derivava dalla sua morte bensì dal suo dolore, dal suo pianto, dal suo disperato bisogno di sollievo. Mamma è passata dal sonno alla morte dolcemente. Con la sua mano nella mia mano, mentre le parlavo. A chi si avventura a pontificare sulla morte di Brittany Maynard, che ha scelto l’eutanasia, dico solo una cosa. Io la vedo sempre l’immagine di mia madre che implora di addormentarla, in qualsiasi momento posso richiamarla alla memoria. La vedo anche quando non vorrei. Quanto più amo mia madre tanto più soffro a ricordarla così. Voi siete disposti a negare alla persona che amate la sospensione del dolore? Io non so cosa pensare sull’eutanasia, in linea di principio non sono granché favorevole. Ma non mi entusiasmava nemmeno l’idea della sedazione profonda. Eppure ognuno ha il diritto di scegliere per sè stesso. È questa la ragione per cui ho accettato di far sedare mia madre. Me lo ha chiesto lei: qualunque cosa pensassi, qualunque cosa desiderassi, non potevo negarglielo. Anche se questo significava non rivederla mai più.

A mamma, con amore, Ilaria

Trattamenti di fine vita, a che punto siamo  Galileo – Giornale di Scienza

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3 pensieri su “Morire, amare, decidere

  1. Pingback: Ora sono liberi | ruminatiolaica

  2. Eleonora Galliani

    Quando morì il ‘mi babbo’, in mezzo al dolore personale balenò una sensazione di liberazione, come quella espressa dal detto “essersi tolti il dente”. Senso di liberazione per Lui, come a dire: “ beh, se non altro non devi più temere di dover superare questo estremo esame, adesso ce l’hai fatta, hai oltrepassato il guado; senso di liberazione per me, per essere finalmente entrata nella adulta condizione di orfana.

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