Piazza Stefano Cucchi

Ieri è stata emessa la sentenza di secondo grado nel processo per la morte di Stefano Cucchi: tutti assolti, anche i medici. Secondo la ricostruzione de La stampa la storia della sua morte si sintetizza così:

il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi viene fermato dalla polizia con 12 confezioni di hashish e tre di cocaina. Pesa 43 chili e non ha traumi fisici. Ma già al processo si presenta con evidenti ematomi agli occhi. In seguito viene visitato all’ospedale che certifica lesioni plurime, fratture ed emorragie interne. Viene chiesto il ricovero per il giovane, ma è lui stesso che rifiuta. In carcere le sue condizioni peggiorano e Stefano Cucchi muore all’Ospedale Pertini il 22 ottobre 2009. A quel punto pesa solo più 37 chili. Dopo la morte il personale carcerario nega di aver esercitato violenza. Il sottosegretario di Stato Giovanardi dichiara che Cucchi è morto soltanto di anoressia e tossicodipendenza e dice che Stefano era sieropositivo. Due giorni dopo si scusa. Nei due giorni successivi la famiglia, per fermare le illazioni, pubblica alcune foto del giovane scattate in obitorio nelle quali si vedono chiaramente traumi da violente percosse e un chiaro stato di denutrizione. Il 14 novembre 2009 la procura di Roma contesta il reato di omicidio colposo a carico di tre medici dell’ospedale Sandro Pertini dove era stato ricoverato Cucchi e quello di omicidio preterintenzionale a tre agenti della penitenziaria che avevano in custodia il ragazzo nelle celle di sicurezza del tribunale di Roma. Il 27 novembre 2009 una commissione parlamentare d’inchiesta, richiesta per far luce sugli errori sanitari nell’area detenuti dell’ospedale Pertini di Roma, conclude che Stefano Cucchi è morto per abbandono terapeutico. Il 30 aprile 2010 la procura di Roma contesta ai medici, a seconda delle posizioni, il favoreggiamento, l’abbandono di incapace, l’abuso d’ufficio e il falso ideologico. Agli agenti della polizia penitenziaria vengono contestati invece lesioni e abuso di autorità. Tredici in tutto le persone coinvolte dalle indagini. Il 13 dicembre 2012 i periti stabiliscono che Stefano è morto a causa delle mancate cure dei medici, per grave carenza di cibo e liquidi. Affermano inoltre che lesioni riscontrate post mortem potrebbero essere causa di un pestaggio o di una caduta accidentale, ma non è possibile stabilire quale delle due cose sia accaduta. Il 5 giugno 2013 la III Corte d’Assise condanna in primo grado quattro medici dell’ospedale Sandro Pertini a un anno e quattro mesi e il primario a due anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa), un medico a 8 mesi per falso ideologico, mentre assolve sei tra infermieri e guardie penitenziarie. Tutti assolti: medici, infermieri e agenti. E’ questa la sentenza del processo d’appello: «Insufficienza di prove». Il legale della famiglia annuncia ricorso in Cassazione.

Di fronte a tutto questo le parole si accalcano nella mente in disordine: è la negazione di ogni razionalità. Stefano Cucchi era vivo, bisognoso di aiuto, incasinato, ma vivo. “Vivo” nel senso che respirava, mangiava, beveva, camminava, rideva, piangeva, parlava. Faceva le cose che fanno i vivi. Malato, forse, ma vivo. Forse faceva uso di sostanze ma era vivo. Ora, io sono donatrice di organi e per motivi contingenti devo sapere quali sono le condizioni legali che stabiliscono la differenza tra vita e morte. La morte (cerebrale) si riconosce dall’assenza di alcune caratteristiche come i segni di coscienza, la respirazione autonoma, il battito cardiaco, i ritmi sonno-veglia, i riflessi del tronco encefalico, la possibilità di un recupero. Stefano Cucchi aveva tutti questi requisiti: era legalmente vivo. E i tentativi di farlo passare per malato e drogato non aggiungono nè tolgono niente a questa ovvia considerazione: Stefano Cucchi, quando è stato fermato, era vivo. Non in pericolo di vita, vivo. Non con il corpo traumatizzato, vivo. Non con intenzioni suicide, vivo.

Il segretario del SAP ha dichiarato: “Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze“. Come dicevo questo non aggiunge nè toglie niente all’evidenza: Stefano Cucchi, quando è stato fermato, era vivo e, secondo i referti, non presentava traumi fisici. Se i traumi che gli sono stati riscontrati sono dovuti a botte o a cadute è questione dibattuta ma anche questo non cambia nulla all’evidenza del fatto che Stefano Cucchi è entrato in carcere da vivo e non presentava traumi. Qualsiasi cosa sia successa è successa dopo, una volta entrato in carcere. Il suo corpo si è ricoperto di traumi e nel giro di sei giorni è passato dalla condizione clinica di essere umano vivo a quella di corpo senza vita. Secondo i referti, quando venne visitato all’ospedale gli furono certificate lesioni plurime, fratture ed emorragie interne. Durante l’udienza furono mostrate 40 lesioni da trauma: oltre la metà erano lesioni da difesa. Secondo i referti, le lesioni si erano verificate tra il momento del fermo e il momento della morte avvenuta in regime di detenzione.

Non ha alcuna importanza che Stefano Cucchi abbia rifiutato il ricovero: il quel frangente la sua vita e le sue condizioni di salute erano sotto la responsabilità di chi lo aveva in custodia. Che siano stati i medici o il personale carcerario le cose sono andate così: prima qualcuno lo ha fatto passare dalla condizione di assenza di traumi fisici alla condizione di lesioni plurime, fratture ed emorragie interne. Poi dalla condizione di 43 chili alla condizione di 37 chili. Si dice che Stefano Cucchi abbia rifiutato il ricovero. Io non so se sia vero o no ma ammettiamo che sia vero. La famiglia di Eluana Englaro aveva chiesto l’interruzione dell’alimentazione forzata: non è stata concessa. Infatti per la legge italiana idratazione e alimentazione forzata non si possono rifiutare. La questione ha sollevato polemiche con interventi illustri come quello di Umberto Veronesi. Come si fa a non domandarsi perché, nel caso di Stefano Cucchi, non è stata semplicemente applicata la legge? Idratazione e alimentazione forzata non si possono rifiutare: allora perché Stefano Cucchi non è stato idratato e alimentato? Bisogna davvero pensare che qualcuno dev’essere idratato e nutrito ma qualcuno no?

Perfino Giovanardi afferma che Stefano Cucchi «doveva essere curato e alimentato anche coattivamente, in quanto non in grado di gestirsi a causa delle patologie». Con un po’ di sforzo potrebbe anche riconoscere che, se prima uno non ha traumi e dopo riporta lesioni plurime, qualche dubbio sull’esistenza di un pestaggio sarebbe doveroso farselo venire.

Sento ripetere spesso, in questa circostanza, che le sentenze devono essere rispettate. E’ vero, le sentenze si rispettano. Ma prima di tutto si deve rispettare lo Stato. E lo Stato, attraverso la commissione parlamentare d’inchiesta, ha stabilito che Stefano Cucchi è morto per abbandono terapeutico. Perché se è stato riconosciuto l’abbandono terapeutico non ci sono responsabili? Amnesty Italia ha affermato che la sentenza “non accerta alcuna responsabilità per un decesso che tutto appare meno che accidentale o auto­procurato”.

La questione del fine vita, in Italia, ha suscitato e susciterà ancora molte polemiche. Si ricordi il caso Englaro, si ricordi il caso Welby, si ricordino le discussioni sulla lettera della nipote di Carlo Maria Martini. Tutto questo è avvenuto per alcune vite al termine. Ed è una questione importante che interroga tutti noi sulle modalità del trapasso, sulla possibilità di scegliere, sulla laicità o meno dello Stato. Io sono una donatrice di organi della prima ora e proprio questa scelta è la mia parola definitiva riguardo alla questione. Poi c’è anche la faccenda dell’ingresso alla vita. Attualmente l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia è garantita dalla legge 194/78. La normativa prevede che si possa abortire entro i primi 90 giorni dal concepimento. A causa del dilagare dell’obiezione di coscienza il Comitato europeo dei diritti sociali ha accolto il ricorso dell’International Planned Parenthood Federation European Network stabilendo che in Italia il fenomeno si svolge in maniera tale da rendere di fatto impossibile il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza. Ciò avviene in violazione della legge 194 e in violazione dei diritti sociali europei. A me non interessa stabilire se sia giusto o sbagliato: sulla vita al suo inizio e alla sua fine vi sono opinioni molto differenti e in Italia si registrano tendenze restrittive. Eppure nel caso di “vita conclamata” non c’è neanche la minima parte di quella spinta alla sacralizzazione che accompagna la “vita nascente” e la “vita morente”. Come se la vita di un essere umano vivente avesse meno valore della vita di un feto o di un moribondo. In Italia esistono anche leggi che tutelano i diritti degli animali. La Polizia di stato, sul suo sito, prevede una pagina dedicata ai diritti e doveri  verso gli animali d’affezione con un rimando alla legge 189 del 20 luglio 2004 contenente le disposizioni sul maltrattamento. Sono felice che esista una legge che recita: “Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da tre mesi a diciotto mesi”. Peccato però che non esista il reato di tortura degli esseri umani.

In questo proliferare di omaggi alla vita si avverte infatti un tremendo sentore di ipocrisia. Non entro nel merito delle questioni etiche perché la discussione portebbe lontano. Ma esiste un dato di fatto inequivocabile: in un paese formalmente ligio al rispetto della vita in ingresso e in uscita, alcune vite umane nel pieno della loro esplicazione non valgono assolutamente nulla. Esiste una legge sulla crudeltà contro gli animali ma non esiste il reato di tortura per gli esseri umani. Già, è proprio così. L’Italia ha sottoscritto e ratificato convenzioni internazionali per l’introduzione del reato di tortura nel Codice Penale, ma la legge non c’è. E Stefano Cucchi è solo la 148ma vittima del carcere italiano. La sicurezza e la disciplina si sono tradotte in violenza morbosa e ottusa. Come nell’esperimento di Stanford, l’autorità è diventata puro esercizio vessatorio. Non una sola, bensì più e più volte. La causa si può riassumere in tre semplici parole: REATO DI TORTURA. L’assenza del reato di tortura fa sì che si possano perpretare tutte le violenze possibili senza una configurazione di reato. Poi ogni tanto ci scappa il morto: è questo che racconta il caso Cucchi. Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Stefano Cucchi, Riccardo Rasman, Aldo Bianzino, Francesco MastrogiovanniFederico Perna sono i pochi nomi arrivati all’opinione pubblica grazie alla mobilitazione dei familiari ma i casi sono molti di più. L’intitolazione di una piazza a Stefano Cucchi non lo riporterebbe in vita, non darebbe giustizia alla famiglia ma esprimerebbe il sentimento profondo di una grande parte dei cittadini italiani. Tra cui me.

Se veramente volete fare qualcosa, oltre l’indignazione legittima, firmate l’appello di Amnesty Italia: introdurre il reato di tortura!

A Ilaria Cucchi

VIDEO INCHIESTA “Le nostre prigioni, viaggio nelle carceri italiane” di Antonio Crispino

VIDEO INCHIESTA “Le nostre prigioni, chiamiamole tortura” di Antonio Crispino


Patrie galere: tutti i morti nelle carceri italiane dal 2002 al 2012 – Mappa interattiva

Le morti in carcere per cause non chiare dal 2002 al 2012 – Dossier

Dossier Morire di carcere – Ristretti.it

Le violenze di Bolzaneto – Giuseppe D’Avanzo

Dossier casi sospetti – Ristretti.it


 

Lettera Aperta sul caso Stefano Cucchi scritta dal medico del Pertini Flaminia Bruno datata 25 febbraio 2011

Io, poliziotto, chiedo scusa alla famiglia di Stefano Cucchi per l’oltraggio infinito datata 4 novembre 2014

 

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