“Sta la crisi”. Ovvero: di quanto si può discutere oggi sui social networks.

Devo ammetterlo, ci sono cose che hanno il potere di farmi rimanere male. Ebbene sì, sono umana anch’io. Hai voglia a dire che sono solo posts, non ci si può fare nulla. I social networks sono un mezzo di comunicazione e i sentimenti che vengono espressi lì sopra sono reali. Quando ti si rovesciano adosso con violenza hai due scelte: o dai il via a un flame, con disappunto del titolare della bacheca, oppure lasci perdere, per amor tuo e per amore dei tuoi contatti.

Ma andiamo con ordine e chiariamo un po’ di cose. Per quanto mi riguarda, il confronto è una cosa positiva anche quando le posizioni sono radicalmente diverse. Non si può sempre arrivare a una mediazione – e non è nemmeno necessario – ma è comunque utile prendere atto dell’esistenza di posizioni differenti. Se non altro perché aiuta a tenere attivi i processi logici. Il potenziale di attivazione è tanto più elevato quanto più una prospettiva è inattesa. Quindi ben vengano i pareri diversi e le ipotesi paradossali, purché giocate in modo consapevole e rispettoso. Capisco l’inevitabilità  di un certo livello scontro, complice la possibilità di nascondersi dietro uno schermo di computer. Non capisco invece come siamo arrivati a questo livello di aggressività immediata e gratuita.

Ero abituata a pensare che si arrivasse allo scontro vero e proprio dopo qualche schermaglia e se i contendenti avevano la volontà di fronteggiarsi. Quando uno dei due giocava di rimessa e schivava gli affondi, in genere, era sufficiente per evitare di alzare i livelli di scontro. Ora però sembra che non basti più neanche quello. Può darsi mi siano capitati alcuni casi clinici: probabilmente sono un po’ ingenua in questo senso. Ma effettivamente chiunque può constatare quanto poco basti per scatenare reazioni di aggressività sproporzionata e gratuita. Fino che punto si può dissentire senza far schizzare l’interlocutore come una molla nel tentativo di tacitarti? La tendenza attuale della soglia di tolleranza mi pare stia puntando con decisione verso lo zero. Capita sempre più spesso di assistere a discussioni che passano da un argomento specifico a un attacco personale. L’oggetto della discussione diventa secondario, all’improvviso l’attenzione si sposta dal tema alle persone interessate. Invece di argomentare si passa ad attacchi diretti rispetto ai quali non ha più alcun valore il tema di cui si stava parlando. Così è in un crescente numero di casi.

Al secondo anno delle medie, durante una lezione di disegno dal vero, il solito piccione spiritoso pensò bene di decorarmi la maglietta. Me ne ero accorta e mi vergognavo. Non avevo altra scelta che tornare in classe e cercare di pulirmi. Ma prima di poterlo fare dovevo percorrere a ritroso la strada con i miei compagni ed ero talmente imbarazzata che decisi di fare la gnorri senza chiedere a nessuno un fazzolettino d’emergenza. Rientrata in classe un mio amico si avvicinò e mi avvertì dell’affronto piccionesco. Sapevo che era la verità ma invece di un “grazie” mi partì un “vaffanculo” secco. Subito mi resi conto della mia idiozia. Passai istantaneamente dalla rabbia al dispiacere. L’unica cosa buona è che seppi chiedere scusa. Ma è un vaffanculo di cui mi pento ancora oggi. A distanza di tempo ho capito quali meccanismi mi avevano spinto a reagire così. Non era stato il mio compagno, erano state l’insicurezza e la paura degli altri.  Il danno non l’avevo fatto solo a lui, l’avevo fatto soprattutto a me stessa. Non era il mio compagno, ero io che pensavo di essere una sfigata perché un qualsiasi accidente aveva colpito me invece di qualcun altro. Prendevo le cose che mi succedevano come un attacco diretto e, naturalmente, non stavo affatto bene.

Spesso, oggi, mi trovo di fronte a rezioni simili con la differenza che si tratta di maggiorenni. Se qualcuno mi spiega che è diverso, garantisco che nel frattempo sono diventata capace di ringraziare 🙂 Sia che si tratti di posts sui social networks, sia che si tratti di commenti sulle testate online, ovunque si apre uno spazio d’espressione ci si deve infilare a tutti i costi un’aggressività ipertrofica e immotivata. A differenza dei primi anni ingenui, in cui si discuteva su tutto con chiunque, è sempre più difficile condividere contenuti che comportino un certo livello di problematicità. Ma è perfino più difficile scherzare. Un numero crescente di persone sta rinunciando a confrontarsi e qualcuno sta tirandosi fuori dai social networks proprio per questo motivo. La cosa è triste e per di più non risolve nemmeno il problema.

Cosa sta succedendo? Perché sta succedendo? Perché l’aggressività sta annullando il potenziale  dei nuovi social media? Perché le si lascia spazio? Di certo l’aggressività è sempre esistita, di certo l’incapacità di comunicare è una piaga diffusa: i social networks stanno portando a galla qualcosa che c’era già. Di certo la maggioranza dei commentatori aggressivi non sarebbero capaci di ripetere la performance in una discussione faccia a faccia. Ma la rabbia è reale e invalidante. Sì, certo, sta la crisi, ma non mi sembra un motivo nè unico nè sufficiente.

 Netiquette, questa sconosciuta

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