La sfoglia di Proust

FRUIT VENDOR MERCATO DEL CARMINE, LUCCA - James Crandall

Fruit vendor, mercato del Carmine Lucca – J. Crandall

I ricordi hanno percorsi strani nella nostra testa e allora basta, qualche volta, vedere una foto affettuosa che mi torna alla mente il mio pozzo della memoria collocato esattamente in Piazza del Carmine, a Lucca. Io non sono più qui, ho una quindicina d’anni, l’aria è talmente fresca che sembra acerba, anche un po’ cruda, sento il ronzio della macchina che fa colare il caffè nella tazzina, poi l’odore rotondo di caffè appena fatto, il leggero acciottolìo del cucchiano, la sfoglia – alla mela naturalmente – ben cotta così lo zucchero caramella e viene un poco croccante. Sotto i denti è la prima senzazione che arriva, quel leggero cedimento dello zucchero dorato, poi la constistenza dei veli di sfoglia, il profumo di vaniglia che prende la via naso lasciando sulla lingua il rassicurante sapore di mela. Un morso dopo l’altro, piccoli per far durare di più quella pausa in cui mia madre è lì con me e mi ripete tutte le volte che le sfoglie del Buralli sono le migliori, non ce ne sono pari, provocandomi al gioco delle migliori sfoglie dei bar di Lucca. Sì noi due sappiamo come sono le sfoglie dei principali bar cittadini perché le abbiamo assaggiate tutte: non esiste uscita che non sia battezzata da un macchiato e una sfoglia. Se è meno che freschissima la pasticceria viene cassata dal nostro circuito. Lei chiacchiera con la proprietaria, una testa di riccioli neri, vecchia amica di famiglia. Io ammiro le scatole di caramelle dentro le vetrine a parete. A volte ci sediamo, mamma prende il giornale e lo sfoglia in un modo che non ho visto fare a nessuno. Con una sorta di interesse sarcastico. Sembra che lo guardi da un’altezza siderale mentre la pagine scartocciano nello sfogliamento. Io sto composta con le ginocchia unite, con la mia borsa di cuoio a mezzaluna e le scarpe nuove. Ho quindici anni, sto con mamma ma ci tengo alla mia indipendenza. Il liceo va bene, come al solito, tanto sono brava. A volte mi domando se sia bello darlo per scontato. Io non vorrei essere brava, vorrei essere simpatica e non sono sicura di riuscirci. Ma questo non lo dico. Saluti, saluti, salutami Sandra e ripartiamo. L’odore del baccalà in ammollo da Genepesca, per anni mi ha accolta tra la pila delle scatolette di tonno e la vetrina del pesce fresco. Poi il mercato coperto, le verdure nelle cassette, scelte a vista senza mai toccarle. Poi il Dindo, per il prosciutto crudo: dolce, mi raccomando, ché l’ultima volta era troppo salato. I medaglioni da Eliseo, l’uomo-armadio affettuoso; il caffè da Lorena, macinato sul posto con un odore sorprendente di bruciato. Poi il panaio, e ancora non so se sia corretto chiamarlo così ma non me ne importa perché le parole hanno un’anima affettiva ignota alla grammatica. Mamma guarda belle quelle scarpe, guardale pure ma non ti servono: l’emancipazione arriva quando ti cominci a comprare le scarpe da sola. Eppure oggi vorrei andare con te a comprare le scarpe da mezza stagione. Mi servono proprio. Mi ha detto un’amica che c’è un negozio con i modelli a punta tonda. Buongiorno mamma. Prima o poi ci ridiamo appuntamento al Buralli.

Ilaria

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