Dimenticatevi Pasolini

Non so più come dirlo, così lo enuncio come premessa in modo che non ci siano fraintendimenti di alcun genere: questo blog rifiuta in tutto e per tutto di occuparsi della cronaca relativa al caso del diciassettenne ucciso a Napoli durante un inseguimento. Questo blog non si occupa di stabilire le responsabilità, non si occupa di stabilire se sia stato un incidente oppure no, non si occupa di giocare al processo mediatico e anzi ne rigetta fermamente l’intenzione. Questo blog ha il solo ed esclusivo scopo di ragionare sui media e sui social media. E ora cominciamo.

Pasolini ho smesso di leggerlo ogni volta che l’ho iniziato. Poi l’ho ripreso e lasciato di nuovo e infine ripreso ancora. Leggere per intero un’opera di Pasolini per me è un esercizio di autodisciplina. Autodisciplina dolorosa perché le sue storie, i suoi ambienti, le sue situazioni mi provocano sofferenza morale, senza alcuna possibilità di mediazione. Non mi riesce razionalizzare l’idea che esista un patto narrativo implicito, quello per cui accetto di prendere per vera la storia che lo scrittore mi racconta. La prendo per vera e basta, senza mediazione. Ormai so che una settimana di Pasolini mi costa altrettanto tempo di recupero. Eppure l’ho letto, Pasolini, perché nei paesaggi devastati di periferia ho trovato bellezza.

E’ difficile dire di “quale” bellezza si tratti: umanità, disumanità, ferocia, compassione, disamore. Forse è la bellezza controversa di quella tipologia umana che, nelle conversazioni con mio marito, abbiamo ribattezzato “animalini di Dio“. “Animalini di Dio” ovvero piccole, feroci creature che mordono e graffiano ma sono figlie dello stesso nostro cielo. Gli “animalini di Dio” sono tutti quegli esseri viventi che per sopravvivere ti posso danneggiare, più o meno avvertitamente, solo perché tu ti frapponi per caso tra loro e il loro scopo.

Sono “animalini”, non “bestie” o “animali”, perché loro hanno diritto di vivere come tutti, come noi, che a nostra volta diventiamo “animalini” alla bisogna. Nel caso degli “animalini perbene“, per chi li avvicina inizia una sfida costante a stare fuori dalla portata delle loro grinfie, sempre desiderose di carpire tutto. Carpire tutto il piccolo successo, il poco denaro, il sufficiente amore, il relativo piacere che possono raggiungere. E però sono in genere beneducati, socialmente accettabili, probabilmente ben inseriti e in ogni caso piuttosto mimetici. Anche se li si nota – e li si nota per forza quando ti pestano – non se ne parla mai a voce alta perché loro fanno parte della Società.

Poi ci sono anche gli “animalini maleducati“, non si sa bene in che percentuale, e quelli non fanno parte della Società, oppure ne sono ai margini, oppure noi, “animalini perbene”, pensiamo che siano fuori dal nostro stesso consesso umano.

A volte gli “animalini perbene” leggono Pasolini, così come ho fatto io. Pasolini che era un “animalino perbene” pure lui, benché fosse finocchio e anche comunista, però coi comunisti ci aveva litigato. Un “animalino perbene” che scriveva come una “persona umana” e aveva il dono o la maledizione di sapersi giocare l’accettabilità sociale in nome delle frequentazioni poco raccomandabili con giovani prostituti, adolescenti violenti e ragazzi pregiudicati. “Animalini maleducati” insomma, che facevano da muse a uno dei migliori “animalini perbene” della letteratura. Pasolini, da quel grande essere umano che era, sapeva cogliere i loro dettagli. Solo per questo motivo ci è rimasta la storia del Riccetto che, per salvare una rondine, rischia di annegare. Lo stesso Riccetto che alla fine lascia annegare Genesio. Riccetto che non è stato sempre così e che individualista e cinico c’è diventato dopo.

Ora, io non so per niente che vita facciano i ragazzini napoletani dei rioni. So però la vita che fanno gli “animalini perbene” di cui anch’io faccio parte. So che molti leggono Pasolini e come me si lasciano coinvolgere fino al midollo. Si sentono turbati dalle storie che racconta e però poi non si ricordano una cosa semplice: Pasolini non inventava le sue storie di sana pianta. Un Riccetto, da qualche parte, è sicuramente esistito e, anche se si chiamava diversamente, era proprio di lui che parlava Pasolini.

Da poco è successo un fatto. Riporto le nude e crude parole del titolo di un giornale: “Napoli, ucciso un diciassettene, indagato il militare“. Prego di notare che non ho aggiunto accezioni di sorta: ho disossato, ridotto al minimo, giocato al ribasso con le parole. C’è una differenza sostanziale, infatti, tra linguaggio denotativo e linguaggio connotativo. Chi usa il linguaggio connotativo, o per la scelta delle parole o per la loro omissione, vuole forzare e condizionare l’opinione di chi legge.

Non tocca a me stabilire se il colpo d’arma da fuoco sia stato accidentale oppure no. Non tocca a me come non tocca a nessuno dei giornalisti, non tocca a Borghezio, che pure è un pregiudicato, non tocca a nessuno dei politici o degli utenti o dei commentatori dei social media. Non tocca a me, dicevo, stabilire la verità giudiziaria ma tocca a me come lettrice osservare e analizzare i media. Quello che sto vedendo, da un po’ di tempo, è la nascita e la crescita progressiva della categoria degli insinuatori. Nel presente caso ci sono quelli che rivendicano esplicitamente che il ragazzo ha meritato di morire e quelli che non lo dicono così chiaramente ma lo insinuano, usano mezze parole, accennano ma non osano. E soprattutto giocano con la connotazione e l’omissione.

Per denotazione si intende il rapporto tra una parola e la cosa o il concetto denotato;
per connotazione le sfumature d’ordine soggettivo accompagnanti l’uso della parola. 
(Treccani)

Tra il dire e il non dire c’è in mezzo un universo fatto di espressioni cariche di connotazione, fatto di omissioni, fatto di equilibrismi sul filo del rasoio. A decodificarlo il linguaggio ambiguo ma chiarissimo che leggo mi sta dicendo: “Dài, che ti frega, lascia perdere. Anche se è stato un colpo intenzionale, in fondo ha ammazzato uno che era già segnato“. E questo, oltre ad essere odioso, è anche pericoloso. Di fatto, in molti, stanno insinuando una colpevolezza penale pregressa del ragazzo morto che non esiste. E a fare questo gioco si gioca col fuoco.

Si gioca col fuoco perché non è stata ancora stabilita la dinamica dei fatti ma già si mettono le mani avanti. Il sottinteso è il seguente: se il colpo è stato accidentale allora va bene (e invece per la giustizia non va mica tanto bene); se il colpo è stato volontario allora è meglio premunirsi facendo un quadro tale del morto che lo “disinneschi” mediaticamente.

Io sono tra quelli che crede che il colpo d’arma da fuoco sia stato accidentale. Non posso pensare che un rappresentante delle forze dell’ordine spari deliberatamente a un ragazzetto in fuga. E proprio per questo, a maggior ragione se il colpo è partito per sbaglio, non tollero la gara a screditare il morto. Perché bisogna far passare il morto per un delinquente, se è stato ammazzato per errore e non perché delinqueva? Notate bene, ho scritto “il morto”: nella prima stesura avevo scritto “la vittima”, ma poi ho cambiato espressione perché, visto l’argomento trattato, preferisco adottare un linguaggio denotativo piuttosto che connotativo. Non voglio che ci siano dubbi sul fatto che non ambisco a scrivere un pezzo di parte, perché non mi interessa parlare del caso in sè bensì delle reazioni mediatiche al caso. Fateci attenzione alla storia del denotativo/connotativo quando leggete questo e altri articoli.

Esiste un’etica nella comunicazione e non vale solo per i giornalisti e i politici. Vale per tutti, anche per gli utenti della rete che oggi si trovano a gestire una visibilità finora sconosciuta. Una visibilità che permette a chiunque di dire la sua e di essere preso in considerazione. Naturalmente non penso che gli urlatori di FB capiscano anche solo mezza sillaba del concetto di denotativo/connotativo. Loro sbrodolano parole, trolleggiano e sono contenti così. Lasciamoli pure lì a sbracarsi senza senso: godono accontantendosi di poter scrivere “napoletano coleroso“. Così come quelli di ACAB, che fanno i ganzi ma ignorano il contesto del loro slogan nato nel ’77. Sì, cari tipi di ACAB (All Cops Are Bastards), siete stati studiati dalla linguistica e dalla sociologia, anche se non sapete perché. Siete topi da laboratorio e siete della stessa pasta degli altri. Non illudetevi: chi rispetta la memoria di un ragazzo ucciso, non propende nè punto nè poco dalla vostra parte. Voi non rappresentate una giustizia alternativa, voi non rappresentate niente.

Ma esclusi gli urlatori c’è tutto un mondo di utenti che si muove tra segnali scomposti e ambigui che possono perfettamente capire il mio discorso: è a loro che mi rivolgo. A prescindere dall’esito delle indagini che, ripeto, sono altro argomento rispetto al mio discorso, mi è intollerabile leggere insinuazioni più o meno velate sul fatto che il ragazzo, incensurato, era comunque un delinquente o in ogni caso destinato a diventarlo.

Leggo che un fratello del morto, è agli arresti domiciliari. Anche l’altro fratello ha l’obbligo di dimora notturna. Ma questo non rende il terzo fratello un pregiudicato. Che modo di ragionare è? Da quando in qua uno è colpevole delle colpe di un altro? Era un ragazzo a rischio? Certo che era a rischio! Ma una società si dice civile perché è organizzata in una civiltà e la nostra, di civiltà, si è data come regola di riconoscere i minori a rischio e non di rifiutarli a priori.

Leggo cose di questo tipo: è insignificante che il ragazzo fosse incensurato, è insignificante che fosse disarmato, è insignificante che fosse minorenne, è insignificante che fosse a terra… Ora fermatevi e guardate il quadro complessivo di tutte queste affermazioni. Prendete le distanze, guardatele tutte insieme nel panorama che vanno formando. Ogni singola affermazione, di per sè, ha il peso che ha, cioé poco. Ma tutte insieme stanno provocando uno slittamento semantico pericoloso. Stanno facendo di un presunto innocente un sicuro colpevole.

Qui non è in discussione la difficoltà del lavoro delle forze dell’ordine. Qui è in discussione l’approccio della cosiddetta “opinione pubblica” ai fatti che accadono, questo come altri. Dalle mie letture e dai miei incontri ho tratto la conclusione (ditemi voi se illecita) che per chi opera nell’antimafia anche un solo ragazzino strappato alla delinquenza è prezioso. Nonostante quel ragazzino possa aver flirtato con l’idea di delinquere, nonostante possa sembrare un bulletto, nonostante possa frequentare pregiudicati. Se la vicenda attuale viene liquidata malamente, se l’opinione pubblica non pondera bene le proprie reazioni, non solo quel ragazzino ma anche altri avranno meno ragioni per rifiutare la camorra. Se non calcolate bene, cari commentatori, glieli spingete in braccio.

Infine mi dispiace, potete dire quel che volete, ma se omettete disarmato“, “incensurato” e “minorenne” non siete attendibili.

E per favore, dimenticatevi Pasolini.

Ilaria Sabbatini

 
In coda a questo pezzo mi piace mettere un’ultima notizia che da un minimo di senso a questa polemica: il comandante dei carabinieri, nella tensione di una manifestazione, fa un gesto di pacificazione. Le sue parole, la sua pacatezza sono la cosa più sensata sentita finora. Perché questi gesti sono gli unici capaci di ricucire gli strappi e infine sì, gli unici che costruiscono un legalità condivisa.

 Materiali:

testi_connotativi_denotativi

La Ferguson di casa nostra – Saviano

Manifestanti giungono davanti caserma dei carabinieri

Com’è morto Davide Bifolco – Il Post

Il carabiniere è la sola e unica vittima – Luigi Bobbio

L’autopsia sconfessa i testi

17enne ucciso, il carabiniere chiede perdono

Il legale della famiglia_ “Colpito frontalmente”

Scambi:

  • Perchè ci sono tonnellate di testimoni mentre se provate a chiedere chi sono le famiglie puccinelli e perrella non avrete risposta?

Nessuno risponde quando si tratta di camorristi perché le persone del rione Traiano hanno più fiducia nella camorra che nello Stato. Dunque cosa vogliamo fare? Confermare quelle persone nella loro convinzione o cercare di dimostrare che lo Stato è meglio?

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: