“Capitano mio capitano”: educazione o ribellione?

Caro Beppe Severgnigi, si vede che lei è un bravo ragazzo e lo dico senza sarcasmo. Si vede da quello che scrive nell’articolo sul professor Keating, maestro di vita. Ma stavolta non sono d’accordo con lei. Perché dimentica un dettaglio importante: il professore Keating fa strappare  l’introduzione dell’antologia di letteratura.

Lei scrive sul Corriere:

Perché quella scena, invece di apparire enfatica, è così potente e universale? La ricordano in Asia, la citano in America, la riproduciamo in Europa nei convegni aziendali: l’amministratore delegato vorrebbe ispirare come il professor Keating, e rischia d’irritare come il pedante sostituto in cattedra.

La risposta è semplice. Quella scena ci colpisce perché tutti sentiamo d’aver bisogno di un maestro. Sempre, dovunque, a ogni età. Desideriamo, magari senza rendercene conto, una guida che indichi la strada: per di là. Senza spingerci: basta l’incoraggiamento.

No, caro Severgnini, quella scena non ci colpisce “perché tutti sentiamo d’aver bisogno di un maestro”, quella scena ci colpisce perché ci libera da ciò che ci fa sentire ingessati. Come l’antologia strappata, che analizza la poesia solo metricamente. Come la pretesa di togliere passione all’arte. Come la cultura che non si rinnova mai, rubandoci la possibilità di essere protagonisti del nostro tempo. Il professor Keating non sale soltanto sulla cattedra ma da ordine di strappare i libri. Come ogni atto creativo simbolicamente richiede. Quella scena ci colpisce perché ci sentiamo autorizzati ad essere protagonisti dell’arte, della poesia, della bellezza del nostro tempo. Noi, proprio noi. Noi gli sciocchi, noi i mediocri, noi gli imperfetti. L’unica cosa che mi lascia veramente perplessa è questa: non esiste la ribellione autorizzata. Almeno che io sappia. Keating ci libera ma ci addomestica. E io amo la figura di Keating. Ma questa contraddizione è un pensiero importante, uno di quelli che andrebbero percorsi fino in fondo anche se non sappiamo dove ci porta…

Ilaria Sabbatini

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3 pensieri su ““Capitano mio capitano”: educazione o ribellione?

  1. Eleonora Galliani

    Ho avuto un professore così, anche se non strappava le pagine dei libri ‘reazionari’, però deriderle le derideva… Quindi anch’io ho amato il personaggio di Keating. So però che il messaggio educativo implicito in questo film è stato duramente criticato da Edoardo Sanguineti, persona che ho apprezzato altrettanto. Non sono tuttavia mai riuscita a trovare documentazione scritta su questa sua presa di posizione così controcorrente. Sarei stata veramente curiosa di saperne la ragione. Tu ne sai qualcosa, Ilaria?

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    Rispondi
    1. ilariasabbatini Autore articolo

      Non sapevo di Sanguineti, ma la cosa mi interessa così ho cercato.
      Eleonora, avevi ragione, eccolo qui http://www.digital-sat.it/ds-news.php?id=11825

      Edoardo Sanguineti: ‘Con Benigni, Dante piccolo borghese’

      Fonte: Liberazione
      Televisione
      Lo hanno visto in più di dieci milioni di italiani. Più di Celentano, più dello sceneggiato su Totò Riina. Più di tutti i programmi Rai dell’ultima stagione. E tutti ne sono rimasti commossi e soddisfatti. Ieri il plauso è stato generale. Roberto Benigni, nonostante non abbia badato a spese nel prendere in giro politici e notabili, nonostante il continuo scambio di carte tra sacro e profano, tra toni da giullare e altri da predicatore, con la sua lettura del V Canto dell’Inferno dantesco ha inchiodato mezza Italia per oltre due ore e mezza davanti ad uno show onnicomprensivo e onnivoro. Dai consigli a Berlusconi perché si prenda una pausa di riposo tra la fondazione di un partito e l’altro, dai lazzi su Mastella che si incaponisce per diventare ministro di Giustizia o niente («ed è riuscito a diventare tutte e due le cose»), dalla colletta Teletron per i poveri Savoia all’Italia patria d’ogni bellezza, ci sono volute quasi due ore perché il comico toscano arrivasse ad aprire la Commedia su quel girone dei lussuriosi, abitato appunto da chi morì d’amore, cuore dell’annunciata trasmissione (prima tra l’altro, di una serie di tredici che continuerà in dicembre, sempre su Raiuno, in seconda serata).

      Il giorno dopo c’è chi grida alla tv di qualità, alla Cultura con la “c” maiuscola finalmente riapparsa sul piccolo schermo. C’è chi teorizza su un pubblico assetato di buone cose che non molla l’osso quando questo gli viene finalmente gettato. Probabilmente hanno ragione, anche se varrebbe forse la pena di domandarsi se quel pubblico affamato di qualità non sia lo stesso che, alla stessa ora sullo stesso canale, attende con ansia di aprire i pacchi di Insinna.
      Per interrompere il flusso di complimenti ed entusiasmo che ha investito ieri Benigni e la sua performance, abbiamo chiesto a Edoardo Sanguineti, che di Dante – tra le altre cose – è studioso da diversi decenni, di guardare con noi la trasmissione e di aiutarci a commentarla con meno impeti, e con qualche dubbio in più.

      Uno spettatore con due occhi come gli altri, Sanguineti (nella foto a destra), ma con un terzo – di occhio – da poeta, scrittore, saggista nonché critico letterario che a Dante ha dedicato diversi lavori in tutto l’arco della sua lunga carriera (dai “Tre studi danteschi” del 1961 al “Realismo di Dante” del ’65, all’ultimo “Dante reazionario” del ’92). E’ dunque allo spettatore e allo studioso che chiediamo di riesaminare con noi il dirompente fenomeno televisivo benignesco, capace di incantare le folle giocando con le complesse terzine in endecasillabi della Divina Commedia.

      Professore, facciamo una prefazione alle sue osservazioni su Benigni. Lei è contento se sulla Rai, alle 20.30, si recita Dante? Ritiene che questo debba essere il tenore dei cosiddetti programmi culturali che molti richiedono a gran voce?
      Non posso che rispondere di sì, ovviamente. Quello che normalmente va in onda a quell’ora del resto non è particolarmente allettante. Il punto però è come lo si fa. Se, ad esempio, diventa una sorta di supplemento agli studi scolastici, l’interesse è moderato. Sinceramente, credo che certe cose possano star bene anche in altre fasce orarie. Il pubblico colto ama forse una serata più inoltrata, mentre non escluderei per operazioni di tipo prettamente didattico le ore pomeridiane, quando i ragazzi passano più tempo davanti alla televisione, o addirittura mattutine, quando la televisione potrebbe servire da supporto agli insegnanti.

      La sua idea di programma culturale allora quale sarebbe?
      Quando nacque la televisione, il desiderio della gente di cultura era quello di poter finalmente vedere una prima della Scala, o magari del San Carlo, senza doversi spostare dalla propria casa o pagare salati prezzi dei biglietti. Ma lo stesso potrebbe dirsi per l’arte, le mostre, il teatro, il cinema. Quando ero ragazzo, per recuperare parte della storia del cinema andavo in un cineclub torinese dove proiettavano le opere di Dreyer e di Pabst. Sarebbe bello che una funzione del genere la svolgesse una televisione pubblica. E invece, quell’iniziale speranza, quell’idea di utilizzare materiale culturale primigenio, venne velocemente meno. Per poi sparire completamente con l’avvento della televisione commerciale e con il predominio degli interessi pubblicitari. Eppure, la Rai, con tre reti di spazio ne avrebbe…

      Passiamo alle sue prime osservazioni su Benigni, quelle più a caldo.
      Per prima cosa fa davvero una certa impressione la sua energia. Non so quanto sono stato davanti alla televisione, quasi tre ore mi sembra, e senza stacchi pubblicitari, a parte la scarica di spot prima dell’inizio e alla fine. E’ stato bravo ad ottenere una tale condizione di privilegio. Benigni è un funambolo della vitalità, un giocoliere ad alte prestazioni. Però si resta anche sbigottiti per lo sforzo che viene richiesto al pubblico di fronte a un’operazione del genere. Forse si sarebbe potuto dividere lo show almeno in due parti.

      Non sarebbe stato difficile, la tirata di Benigni era già divisa per temi…
      Sì, io la leggerei proprio come una grande torta a strati, non omogenei tra loro, in cui emergeva più che la varietà, la diseguaglianza. La prima impressione che ne traggo, dal punto di vista culturale, è che tanta emotività, tanto elogio rischiano di diventare enfatici. A tratti Benigni somigliava a quel maestro del cinematografico “Attimo fuggente” che io ho trovato uno dei film in assoluto più diseducativi…

      Su questa strada critica è stato preceduto da Vittorio Sermonti, che pochi giorni fa ha bollato Benigni come “allegro divulgatore”, distante dalla severità e dalla cupezza dantesche…
      Allegro? Mah, io piuttosto l’ho trovato eccessivamente serioso e scarsamente popolaresco, cosa che invece avrei gradito. Molti studi hanno evidenziato come nei decenni passati Dante, ma anche Ariosto e il Tasso, venivano recitati popolarescamente dal mondo contadino. Ecco, quel recupero sì mi sarebbe piaciuto vederlo.

      Ma torniamo agli strati della torta.
      Il primo strato, assai sostanzioso dal punto di vista orario, era formato dal cappello politico, che io ho trovato la parte più riuscita. Benigni, infatti, ha inventato un rovesciamento semantico continuo («non è vero niente, mi hanno frainteso…si scherza») che gli ha permesso di essere il più criminoso possibile, tirando il sasso con estrema libertà. Ha messo in moto una sorta di satira autogovernata, capace di moltiplicare la propria efficacia proprio nella ritrattazione. Un colpo geniale e bellissimo. Il secondo strato invece era di carattere predicatorio, un elogio dell’italianità e della bellezza che sinceramente mi ha lasciato di stucco. A me, ma credo anche al pubblico in sala, che ha smesso improvvisamente di applaudire. Forse Benigni ha giocato sull’iperbole, ma il risultato è stato un eccesso di oratoria, un ipernazionalismo che non ha funzionato. Sembrava un predicatore delle televisioni americane. Bella invece la terza parte, quella diciamo delle note a piè di pagina al testo dantesco. Una parte da toscanaccio che recupera gli aspetti più popolareggianti della comicità di Benigni, capace di mescolare il sacro e il profano. Una levità che viene meno nell’ultimo strato, il quarto, quello della lettura vera e propria, continuamente interrotta da spiegazioni del testo a volte sinceramente discutibili. E’ vero che Dante lo si può leggere in mille modi….

      Al contrario di Sermonti, lei dunque sembra più possibilista sulle libere interpretazioni del sommo poeta. Eppure nella sua voce avverto un “ma”. E’ così?
      Sì, c’è il “ma”, perché io ho trovato questa lettura dantesca eccessivamente carica di pathos e di continua commozione. Se dovessi definirla, direi una lettura deamicisiana, piccolo-borghese. Un po’ patetica, insomma, costruita più per commuovere che per rapire nel verso e nella sua ritmicità.

      Intervista di
      Roberta Ronconi
      per “Liberazione”
      (01/12/07)

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