Delitto passionale e linguaggio

20120306_074010_1465_4_ITM_IMG_BIG_94“Delitto passionale” trovo ancora scritto sui giornali che danno la notizia dell’ennesima persona morta per mano del partner. Io mi sforzo a dire che si tratta di una persona e non di una donna ma mi sembra di remare contro corrente perché le notizie simili hanno, nella grande maggioranza dei casi,  lo stesso marchio e la stessa dicitura: “donna uccisa”. Certamente non mancheranno anche le omicide.

A proposito: come si chiamano le donne che uccidono il marito? Mi rendo improvvisamente conto che non lo so. Allora ricorro alle mie rimiscenze di latino e provo un neologismo con marito. Maritus, -i (accusativo -um) dicono il Badellino-Calonghi, il Conte-Pianezza-Ranucci e il Castiglione-Mariotti. Anche per l’etimologico Cortelazzo-Zolli marito viene da maritus, dunque cerco una parola con questa radice: mariticida. Ma non trovo riscontro e finisco per approdare al vocabolario Treccani che mi spiega che una donna che uccide il marito si chiama “uxoricida” benché uxor, -is significhi moglie, sposa, femmina.

Uxoricida s. m. e f. e agg. [comp. del lat. uxor -oris «moglie» e -cida] (pl. m. -i). – Chi uccide la propria moglie; per estens., uccisore del coniuge (e quindi anche, al femm., donna che uccide il proprio marito)”. Per estensione, dice il Treccani, “uccisore della moglie” riveste anche il significato di ucciditrice del marito (ucciditrice, riscontrabile in Lessicografia della Crusca, per fare il calco di uccisore). Giuro che non lo faccio apposta, il mio è un approccio puramente ed esclusivamente linguistico, e sto facendo una fatica tremenda a lavorare sui femminili e i maschili.

Ucciditrice proprio non lo sapevo. Ho rinunciato ad assassino/a per il tono decisamente più connotativo rispetto a uccisore, ho escluso uccis-ora e ho ipotizzato uccidi-trice trovando conferma nella Lessicografia della Crusca. Mi auguro sia dunque chiaro che non parto da un preconcetto del tipo: le donne son tutte vittime, gli uomini son tutti potenziali assassini. Anche perché ne ho sposato uno e nel momento in cui ho deciso di viverci insieme avevo le mie buone ragioni di fiducia. Fiducia che rinnovo perché gli uomini non sono violenti di default.

Per me, adesso, è solo una questione di linguaggio, così come è stata una questione di linguaggio quella che mi ha spinto a scrivere. “Delitto passionale” o anche “Omicidio passionale”, dicevo: lo trovo ancora e sempre scritto sui giornali. E non insisto sul concetto che “la passione non è violenta”, perché penso che possa anche esserlo, ma sempre come approccio emotivo e mai come “violenza fisica” o “violenza mortale”. In questo caso “violenza” è un brutto sinonimo di “intensità”. Mi appunto che bisognerebbe ragionare sul passaggio da “violenza emotiva” a “intensità emotiva”. Non posso risolvere in un solo, semplice post contraddizioni vecchie di secoli.

Comunque, visto che è diventato d’attualità parlare degli omicidi di donne, sempre restando sul piano semantico mi domando se non sia il caso di fare qualcosa per disarmare il linguaggio. Sì, ho scritto proprio disarmare, perché la disposizione di legge che consentiva la riduzione di pena ai colpevoli di “delitti passionali” (detti anche “delitti d’onore”) è stata abolita ma il concetto è ancora vivo e gode di ottima salute.Mettetela come vi pare ma l’idea di “delitto passionale” a sembra un’arma carica e non ci vuole molto a capire che il colpo in canna implica sempre dei rischi. Certo, dipende anche da quale parte  della canna stai, ma questo è un altro discorso.

L’articolo 587 del Codice Penale Rocco (in vigore dal 1930 e abrogato con la legge n.442 del 5.8.1981) recitava: “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni.” Sottolineo “stato d’ira” perché la legge richiedeva la presenza di una alterazione emotiva che di fatto si poteva sempre presumere in casi di tradimento o rottura sentimentale. Ecco perché non mi fido, come dicevo poco sopra, dell’idea di “violenza emotiva”: violenza emotiva, alterazione emotiva, perdita di lucità… terreno molto scivoloso, questo. Francamente, penso che chiunque sarebbe parecchio sconvolto se trovasse il proprio coniuge (maschio o femmina che sia) in atteggiamento intimo con qualcuno che non è il legittimo partner. Ergo dobbiamo desumere da ciò che siamo tutti potenziali omicidi? E non è per nulla una domanda retorica.

Il Codice Rocco continuava: “Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella”. Dunque l’illegittima relazione carnale non esigeva la scoperta in flagranza, come gli articoli del precedente codice Zanardelli, ma bastava la scoperta della relazione e quindi anche la notizia nell’ampio significato latino della parola (Luigi Grande, Eros alla sbarra, Firenze, Vallecchi, 1992). Dunque si poteva ammazzare, contando su una pena mite, basandosi sul principio del “delitto passionale” non solo in caso di tradimento patente, ovvero manifesto, ma anche in caso di tradimento latente, ovvero presunto, di cui si avesse semplicemente notizia.

Ecco, io sono convinta che il principale problema dell’omicidio passionale sia proprio il fatto che l’uso di questo concetto continua ad avere un fortissimo potere riduttivo nella percezione di chi legge la notizia. Quando la legge italiana non ammetteva il divorzio ma prevedeva ancora il delitto d’onore, Pietro Germi (Divorzio all’italiana, 1961) ironizza sull’idea attraverso il personaggio del Barone Fefé, due volte cornuto nonostante l’uccisione della prima moglie. Oggi si dovrebbe andare oltre e ridefinire il concetto deviante di “delitto passionale”. E’ ambiguo che  le disposizioni del Codice Rocco siano state abolite nel 1981 e, a trentadue anni di distanza, si continui a ricorrere disinvoltamente all’idea di “delitto passionale”. Il “delitto passionale” è stato il fondamento su cui quella legge si basava: perché, se la legge è oggi ritenuta iniqua, non si considera altrettanto iniquo il suo fondamento ideale?

Ilaria Sabbatini

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“Da dove si vede l’onore di un uomo” – P. P. Pasolini, Comizi d’amore

Francesco Galano

La domanda nasconde l’insidia etimologica. Infatti, alla lettera e in senso proprio, uxoricidio significa ‘uccisione della propria moglie’, giusta la composizione del latino uxor oris ‘moglie’ e del suffisso –cidio, che riprende direttamente o indirettamente il suffisso latino –cidium, a sua volta derivato di caedere ‘tagliare a pezzi’.

Evidentemente la situazione che si verificava di regola nel passato era l’uccisione della moglie da parte del marito. Da qui l’assenza, nella casella lessicale, di un corrispettivo inverso. Per questo motivo, uxoricidio è passato a significare genericamente anche ‘uccisione del proprio coniuge’. Il vocabolo è attestato nell’italiano scritto a partire dal 1799. Analogamente uxoricida è ‘colui che uccide la propria moglie’ (dal 1605 nell’italiano scritto) ma anche ‘chi uccide il proprio coniuge’.

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