L’antipolitica. Apologia di un laicismo del pensiero ormai in esaurimento.

536068_3852722205667_793366041_nNon si può definire l’antipolitica senza prima definire la politica e, una volta fatto, non basta nemmeno dire che l’una è il contrario dell’altra. Perché l’antipolitica, non è la semplice negazione della politica: è la sua degenerazione. Ma andiamo per ordine.

La definizione classica di politica è che questa sia “arte di governo”, “arte di governare le società”. Governare è l’atto di orientare un paese o una compagine sociale, in qualsiasi situazione questi si trovino. I governi moderni si basano su una separazione dei poteri tra la funzione legislativa, quella amministrativa e quella giurisdizionale.

L’importanza di tale bilanciamento di poteri non consiste solo – come generalmente si pensa – nella creazione di un sistema di pesi e contrappesi che possa determinare un equilibrio stabile ma anche nel fatto che il loro accumulo può costituire una reale minaccia per la libertà del cittadino. E quando dico minaccia alla libertà intendo proprio la possibilità di privare il cittadino di una parte sostanziale della sua libertà di espressione. Di solito non si riesce a vedere la questione sotto tale aspetto ma dal mio punto di vista è così e proverò a spiegarne il motivo.

 Prendiamo i poteri legislativo e amministrativo: la loro connessione troppo stretta, come spesso avviene nelle amministrazioni locali, porta a una gestione do favore – se non proprio clientelare – nei confronti di determinati gruppi di persone che a tutti gli effetti possono ritenersi diretti beneficiari delle pubbliche amministrazioni.

E’ una questione di sfumature, mi si dirà, ognuno ha il diritto di circondarsi dei collaboratori che più ritiene opportuni. Ed è vero, ma solo a certe condizioni. Il rischio concreto, e ben più grave di quel che si pensi, è il fatto che questo stato di cose porta a una situazione in cui chi è allineato col gruppo di governo lavora in collaborazione con esso o alle sue dipendenze, chi invece non è allineato è escluso da ogni collaborazione. Né più né meno di come accadeva nell’Italia del secolo scorso, durante la prima repubblica e anche prima.

Quando si indicono nuove elezioni, ovviamente, si assiste alla corsa all’accaparramento che con troppa leggerezza definiamo normale: esplode infatti la riffa dei progetti futuri, dei desiderata e delle rivalse di coloro che erano stati esclusi in prima istanza e che sperano di ottenere un posto in prima fila nella nuova gestione. Cosa che, ovviamente, escluderà ulteriori “concorrenti” più o meno qualificati per gli anni a venire. Il principio tacito per cui alleato/avversario (o più pragmaticamente utile/superfluo) si traduce nella logica inclusione/esclusione. Oltre a questi gruppi, dei filogovernativi e degli oppositori, c’è una terza categoria, quella più grande di tutti: la categoria degli “altri”, di quelli che, fallendo il tentativo di entrare nella contesa, oppure più raramente rifiutandolo, possono solo rimanere a guardare.

Proviamo adesso a tornare alla definizione iniziale di politica e antipolitica. La politica è l’arte di governare le società, dicevamo. Giusto, bello e condivisibile ma suona già in un modo differente, non trovate? E adesso arriviamo al punto: l’antipolitica. L’antipolitica, nel senso più comune del termine, definisce l’atteggiamento di coloro che si oppongono alla politica giudicandola “pratica di potere”. Personalmente trovo la definizione piuttosto ambigua: la politica è “di fatto” una pratica di potere. E lo è in senso neutro: né in bene né in male. E’ la pratica di un potere legittimamente ricevuto in delega e legittimamente esercitato nell’interesse dei rappresentati cioè degli elettori cioè dei cittadini. Quindi qui stiamo parlando d’altro: l’antipolitica non è semplicemente la critica di una pratica di potere bensì la critica di altro genere di potere e del suo esercizio.

Generalmente si ritiene che essa si opponga ai partiti e agli esponenti politici giudicandoli dediti a interessi personali e non al bene comune. Anche in questa definizione io rinvengo delle ambiguità: in effetti non si è mai praticata la critica del partiti in quanto partiti. E sarebbe anche insensato dato che un partito politico altro non è se non un’associazione tra persone accomunate da una medesima visione circa questioni fondamentali della gestione della società. Come si fa a negare “una visione politica”? La si può criticare, ovviamente, si può opporvisi con forza, la si può anche voler abbattere. Ma non la si può, in senso assoluto, “negare”. La visione politica esiste in sé e per sé, a prescindere dalle opinioni che se ne hanno.

Dunque ancora volta a circoscrivere questa parola “antipolitica” così tanto abusata da aver perso il suo significato sostanziale. Un’altra definizione è che l’antipolitica sia il rifiuto della politica di colui che lascia volontariamente il compito di governare agli altri. Ma neanche questa spiegazione calza alla situazione attuale perché, oggi e spesso, chi viene tacciato di antipolitica vuole invece partecipare al governo della società in cui vive, nel proprio stesso interesse.

Allora facciamo un ultimo tentativo: l’antipolitica è quella di chi si occupa delle sue esclusive faccende per vivere nel miglior modo possibile. E forse stavolta ci siamo. L’antipolitica non è la critica della politica così come viene oggi svolta, né la critica dei partiti in quanto gruppi di persone accomunate da una stessa visione della società.

L’antipolitica non è semplicemente un atteggiamento mentale ma una prassi che antepone i privati interessi di un soggetto individuale o di un gruppo rispetto al bene di tutti i cittadini.

E ora torniamo al discorso iniziale. Un governo si basa sulla separazione dei poteri. Succede talvolta – a livello locale è facile verificarlo – che la funzione legislativa si sovrapponga alla funzione amministrativa. Il sistema di bilanciamento dei poteri viene meno, l’equilibrio di pesi e contrappesi fallisce, manca l’equilibrio auspicato. Questo accumulo può costituire una reale minaccia per la libertà del cittadino. Perché se il cittadino sarà in linea con il governo o l’amministrazione di turno, oppure sarà in stretti rapporti con il gruppo di governo, avrà tutto da guadagnare a tenerselo buono. Ciò vale finché dura quel governo o quella amministrazione ma anche dopo, quando l’avvicendamento sarà garantito mediante accordi tesi alla conservazione delle posizioni acquisite.

Viceversa chi si oppone a un governo o ad una amministrazione, o è tagliato fuori dai rapporti preferenziali con la classe di governo, risulterà marginale a qualsiasi coinvolgimento e la sua capacità di intervento sarà minima. Sarà minima anche la sua possibilità di spendere le proprie competenze. A meno che non faccia parte di un qualche gruppo “di potere”. E proprio per questo, infine, il cittadino avrà timore di esporre apertamente il suo pensiero per non pagare il prezzo dell’esercizio di un intelletto critico.

Questa condizione creerà sudditi e clienti, piuttosto che cittadini critici e laici. E laddove ci sono sudditi nessun governo è veramente sicuro perché se dai nemici riusciamo più o meno a salvaguardarci, come dice il vecchio adagio, è dagli amici che bisogna veramente guardarci le spalle. Dunque, a questo punto, ditemi voi: cos’è veramente l’antipolitica?

Ilaria Sabbatini 

(Le definizioni classiche di antipolitica sono tratte da Donatella Campus, L’antipolitica al governo. De Gaulle, Reagan, Berlusconi, Bologna, 2006)

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