Comunicazione e politica. Una riflessione.

422002_3506605792973_211616589_nAlle recenti amministrative il PD è risultato in vantaggio sul PDL e il M5S è passato dal 18% al 6% perdendo una valanga di voti. La considerazione più significativa in merito a questo accadimento riguarda, a mio parere, le dinamiche della comunicazione, quella comunicazione su cui il M5S ha giocato tutto, arrivando comunque a un risultato tanto deludente. Eppure, se i creatori del M5S hanno un merito, è proprio quello di aver evidenziato che la politica è comunicazione come sta dimostrando anche Renzi il quale, a differenza di Grillo, è decisamente abile. Spero sia chiaro che in questo momento non mi interessa entrare nel merito dei singoli progetti politici quanto piuttosto condividere una riflessione che contribuisca al dibattito generale sulle forme di rappresentanza. Benché non si capisca fino in fondo in quale misura, la politica è progettazione e azione ma anche, necessariamente, comunicazione. Chi non si misura con questo fatto, oggi più che mai, è “surgelato”. Accettarlo non vuol dire piegarsi alla comunicazione fine a sè stessa, tralasciando i contenuti. Significa anzi invertire i rapporti e far sì che la comunicazione sia al servizio dei contenuti e non viceversa. E’ auspicabile, infatti, che a fronte di contenuti sostanziosi vi sia la capacità di comunicare con i cittadini e anche con i propri sostenitori. Ovviamente la comunicazione da sola scade nella demagogia e nello strategismo, come gli ultimi guizzi della seconda Repubblica stanno rivelando, ma è evidente che la sua importanza è tale da non poter essere trascurata. Ed è per questo che ritengo fondamentale capire che vi sono almeno due accezioni dell’idea di comunicazione: quella monodirezionale e quella bidirezionale. Tali differenze sono state sintetizzate da Danilo Dolci in due azioni distinte: il trasmettere e il comunicare. «Per comunicare – afferma Dolci – non basta l’iniziativa del singolo: occorre l’attivo corrispondere di un altro, di altri». La sua esposizione è chiarissima e riflette la necessità di una riforma profonda e continua del linguaggio che lo renda adeguato alla costante evoluzione della società e dei suoi rapporti interni. Per chiarire l’influenza reciproca tra comunicazione e società servirà, ancora una volta, riferire direttamente il pensiero di Dolci circa la natura del potere. «Come sostantivo, potere indica potenzialità, forza, virtù, facoltà di operare, attitudine ad influenzare situazioni, quanto è consentito dalla volontà e dalla disponibilità del soggetto. Imparare ad esprimere il potere personale è per ognuno un bisogno, pratico ed intimo, a diversi livelli, connesso all’esigenza di essere creativo» (Dolci, 1997).  Ma il potere personale, quando pretende di sottomettere l’altro, diviene dominio quindi “malattia del potere”, che si manifesta nella trasmissione unidirezionale, ossia nella mancanza di comunicazione. Non a caso Dolci sviluppa una sorta di equazione per cui comunicazione e trasmissione discendono da due principi profondamente diversi come il potere e il dominio. La pura e semplice trasmissione, infatti, non riconosce alla maggioranza il diritto di realizzare il proprio desiderio di comunicare. A mio parere, questo è il problema che si nasconde dietro la diffusa opinione della non rappresentatività dei partiti, dietro l’impressione generalizzata di partiti sempre più scollati dalla propria base, dai cittadini e dagli elettori. D’altronde quando si arriva a una crescita dell’assenteismo elettorale che tocca il 20% è evidente che qualcosa è andato storto, a prescindere da chi è in vantaggio.

Ilaria Sabbatini

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