Web, minacce e anarchia. Contrapposizione: logica e linguaggio

196926_1896536222240_7170618_ndi Ilaria Sabbatini per CUCO29

In questi giorni sta infuriando sul web la polemica sulle minacce alla Presidente della Camera. Non citerò il nome, anche se tutti capiranno di chi parlo, perché non è importante chi sia bensì il ruolo che ricopre e il fatto che sia una donna.

“Gli immigrati mettiteli nel letto, troia”, “Ti ammanetto, mi metto in una stanza buia e ti uso come pisciatoio fino a che morirai affogata”, “Ti devono uccidere, puttana comunista”, la foto di una donna sgozzata con la scritta “ecco cosa fa l’Islam che a te piace tanto alle Boldrini”. Dopo tutte le polemiche vorrei solo parlare con la Presidente per capire ma evidentemente non sarà facile e in ogni caso la faccenda mi tocca. È innegabile che questa situazione solleva un problema di fondo: l’apparente contraddizione tra il controllo della rete e la necessità di far fronte a un comportamento intimidatorio. Tanto per cominciare, parlare di controllo della rete è grottesco ma altrettanto grottesco è leggere in rete i commenti di chi pensa di risolvere i problemi negandoli o attribuendo all’interessata atteggiamenti supponenti. “Ma chi si crede di essere”, “Vada a denunciare Tom e Jerry”, “Esaltata”: manca solo immarcescibile “Se l’è cercata” e siamo al capolinea. È evidente che questo non è accettabile e fa passare immediatamente dalla parte del torto anche chi potrebbe avere delle buone ragioni. Quello che mi lascia profondamente perplessa, però, è l’incapacità dei lettori di leggere e l’incapacità di chi scrive di essere chiaro in merito a cosa è stato veramente detto da qualcuno. Il titolo, come un segnale al neon, proponeva “Stop all’anarchia del web” virgolettato come una dichiarazione dell’interessata: io ho letto e riletto l’articolo ma non ho trovato alcuna traccia di tale affermazione. Anzi, ed è ciò che mi stupisce di più, il titolo sembra deviare da ciò che dice l’articolo:  “Ho paura quando i fotografi inseguono mia figlia di 19 anni in motorino (…) ho paura quando si appostano sotto casa di mio fratello (…) che soffre di una forma grave di autismo”. Poi l’interessata si pone un ulteriore problema: “Daremo visibilità a un gruppo di fanatici? Sì, è vero. Ma non sono pochi, sono migliaia”. E ancora: “Quando una donna riveste incarichi pubblici si scatena contro di lei l’aggressione sessista: che sia apparentemente innocua o violenta, assume sempre la forma di minaccia sessuale”. Infine, la pietra dello scandalo: “So bene che la questione del controllo del web è delicatissima. Non per questo non dobbiamo porcela. Mi domando se sia giusto che una minaccia di morte che avviene in forma diretta, o attraverso una scritta sul muro sia considerata in modo diverso dalla stessa minaccia via web”. Per inciso, sappiate che chi scrive è assolutamente contraria al controllo della rete. Comunque la conclusione non è affatto quella ostentata dal titolo ma questa: “Chiedo che si apra una discussione serena e seria”. Una discussione serena e seria, quello che chiedono in molte tra cui anch’io. Una discussione che però non si fa a colpi di urla e stridore di denti e neppure a chi la dice più grossa per attirare l’audience. Qui si parla di una carica istituzionale attaccata non a proposito delle cose che dice bensì per fatto di essere una donna. E questo vale sia per chi l’ha minacciata sia per chi, molto malamente, pensa di difendere la libertà della rete mettendola sul piano personale. La questione alla fine è molto semplice: una donna che sa cos’è il potere e lo esercita costituisce ancora un problema.

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