Di cani, di topi, di ebrei e di celebrazioni

ci tengodi Ilaria Sabbatini per CUCO16

Come ogni anno il giorno della memoria rende omaggio alle vittime del nazismo e a coloro che, rischiando la propria vita, hanno protetto i perseguitati. Come ogni anno, dalla sua uscita, la televisione propina agli italiani il solito film italiano vincitore dell’Oscar. È comprensibile che un evento del genere conosca anche un approccio popolare e divulgativo. Ma è inutile nascondersi che ormai da tempo la ricorrenza pone dei problemi di sclerotizzazione, come tutte le necessità formali di celebrazione.

Più che mai, di fronte a commozioni di facile consumo, si dovrebbero anche rinnovare i linguaggi in nome di una problematizzazione che combatta il diffuso atteggiamento oleografico nei confronti della shoah. E’ troppo alto rischio di una ripetizione proforma che nulla cambia nella coscienza dei cittadini, ecco perché alla reiterazioni andrebbe preferita la provocazione, all’abitudine il rinnovamento, alla celebrazione la sfida come quella che pone un lavoro cinematografico atipico come Adam Resurrected.

Il film del 2008 è un adattamento del romanzo di Yoram Kaniuk’s (1968), in cui il regista Paul Schrader racconta le conseguenze della persecuzione sulla mente degli internati dei lager. Una storia spigolosa che, per una volta, non è costruita sulla canonizzazione dei morti bensì sul racconto vivo dei sopravvissuti segnati dal male subito.

Quello di Schrader è uno stile simbolico che non risparmia immagini disturbanti e di potente forza evocativa. Come la scena in cui il clown ebreo Adam Stein è costretto a imitare il cane dell’ufficiale nazista esprimendo così la violenza della negazione umana come e più di tante figure consolatorie del cinema concentrazionario.

Il film, pur  non essendo apertamente violento, parla di un tipo di brutalità che si incide direttamente nella mente di un uomo fino a piegarlo a una condizione animale. Schrader coglie in quest’immagine l’essenza stessa del nazismo, l’operazione di disumanizzazione che fu effettuata per rendere gli uomini come bestie, sottraendo loro ogni dignità umana.

Non si possono non ricordare le sequenze di “Der ewige Jude” (1940, Fritz Hippler) il maggiore film propagandistico del nazionalsocialismo, in cui l’espansione giudaica veniva rappresentata sotto forma di un’invasione di ratti e la religione ebraica come una piovra tentacolare. Per non parlare nell’interminabile sequenza della macellazione kasher presentata come forma di crudeltà animalesca.

Il tipo di raffigurazione è di una modernità sconcertante poiché costituisce un modello interpretativo valido per tutte le culture con cui si è ritenuto di ingaggiare un conflitto di civiltà. La dinamica rappresentativa è infatti una costante antropologica che si ripete nel tempo, nel riconoscere certe “razze umane” più simili alle fiere che agli uomini. Dimostrando che certuni non sono uomini diventa legittimo ucciderli o giustificarne l’eliminazione per il miglioramento della razza. Se non sono uomini è lecito e doveroso liberarsi dei malati mentali, dei deformi, dei disabili, degli omosessuali e degli ebrei. Al di là di ogni tentazione consolatoria, questo è quanto ci ricorda Adam l’ebreo quando, per sopravvivere, diventa letteralmente il cane del comandante del lager.

Ilaria Sabbatini

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