Amour. L’amore può invecchiare

amour-di-Michael-Hanekedi Ilaria Sabbatini per CUCO14

Io e il mio neomarito, durante le vacanze di Natale, ci siamo concessi una serie di visioni cinematografiche che da molto tempo rimandavamo per poterne godere in tutta calma. Così, con un leggero ritardo rispetto all’uscita italiana, abbiamo visto Amour, il film di Michael Haneke. Da tempo vari amici mi incoraggiavano alla visione ma, subito dopo, mi avvertivano delle implicazioni emotive. Mia madre è morta di cancro poco più di un anno fa lasciandomi addosso il dolore di una di quelle perdite paradossali in cui si rimpiangono i bei litigi tra persone troppo simili. E in effetti sono questi i fantasmi che il film di Haneke evoca: è impossibile staccarsi dalla narrazione di Amour che riporta alla mente un vissuto personalissimo ma immediatamente familiare a tutti coloro che hanno conosciuto una lunga malattia. Al di là della volontà mimetica, perfettamente riuscita nella prova attoriale di Trintignant e della Riva, è difficile pensare che Haneke non abbia scelto ogni singolo dettaglio con lo scopo di fare un esercizio maieutico. Il film innesca dinamiche di immedesimazione potenti e proprio questo dato ha suscitato la mia attenzione. Guardandolo insieme, io e mio marito, abbiamo avuto reazioni opposte. Mentre io mi sono sentita gratificata e quasi consolata, lui ha provato una profonda angoscia. Ma una lettura per generi non credo che sarebbe opportuna perché le diverse risposte dipendono più probabilmente dal nostro rapporto con la solitudine. Tutto sommato Anne, la protagonista malata, è più fortunata di suo marito Georges dal momento che non è condannata a rimanere sola. La storia è quella delle tappe finali di una relazione amorevole e duratura che coinvolge, cosa non indifferente, una coppia di intellettuali. Gesti abituali, passioni comuni, discussioni colte e qualche visita. Finché la salute della coppia resiste, è ciò che ci gira intorno a sembrare solitario piuttosto che il loro senile ritiro. Poi Anne si ammala sempre più gravemente, fino a perdere ciò che più di ogni altra cosa caratterizzava la sua vita: la lucidità della mente e il controllo del proprio corpo che, ora, la pongono sempre più in balia delle cure altrui. Ma prima di arrivare a quel punto, ciò che colpisce e in certo senso scandalizza, in un epoca di esasperato e falso giovanilismo, è la confidenza fisica dei corpi vecchi, che si baciano e si scambiano effusioni. In questo senso il film di Haneke ricorda Settimo Cielo di Andreas Dresen, per la storia d’amore e le scene erotiche tra persone settantenni. Haneke muove, senza farlo sembrare, una  critica profonda a una struttura sociale ipocrita. Già ne Il nastro bianco il regista svelava la dissimulazione della violenza che cresceva nel corpo della comunità di un piccolo villaggio tedesco. In Amour si consuma un’altra rivelazione che riguarda l’ipocrisia con cui è trattata la malattia. Il regista infrange vari tabù smascherando i luoghi comuni sulla relazionalità della vecchiaia nascosta, negata e dissimulata dietro convenzioni così soffocanti che non possono portare ad altro se non alla disperazione e alla rabbia.

La vecchiaia non è necessariamente bella, la dedizione non è un’esclusiva femminile, l’amore sopravvive all’età ma soprattutto esso non implica per forza una volontà di sopravvivenza a tutti i costi. Senza enfasi ma anche senza una condanna morale Haneke rappresenta l’azione tragica di Georges come una forma di rispetto della volontà di Anne: quella di non protrarre all’infinito una sofferenza senza via d’uscita. Un paradossale, contraddittorio ed estremo atto d’amore.

Ilaria Sabbatini

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