Laura Boldrini e le minacce

Laura Boldrini e le minacce (ovvero Chiagnere, fottere, aprire bordelli e farli chiudere dalle autorità: Repubblica e la Rete nemiciamici)

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Questa mattina è uscita un’intervista di Concita De Gregorio alla Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini. L’Argomento dell’intervista è quello delle minacce di morte ricevute da Boldrini in rete. Sono minacce molto pesanti, legate a un suo intervento di ostacolo dell’attività di gruppi neonazisti. In una sua recente visita alla comunità ebraica di Roma, la terza carica dello stato ha ribadito la necessità di far valere la legge Mancino contro l’odio razziale. Pochi giorni prima alcuni neonazisti erano stati condannati per reati commessi in rete. Da qui è partita questa campagna di odio e minacce in tipico stile fascista: una forma di aggressione violenta e maschilista, in sintonia con il comportamento abituale di gruppi violenti e maschilisti.

Questa violenza si esprime in rete perché c’è la rete e la frequentiamo tutti, maschilisti nazisti compresi, ma sarebbe potuta avvenire altrove. Nello specifico è complesso spintonare, minacciare al telefono, insultare per strada la Presidente della Camera. Forse senza la rete le strade sarebbero state solo quella della lettera anonima o dell’attentato vero. Ed è vero che in rete tutto è più semplice. Ciò non toglie che questa violenza ci sia stata, e sia stata lì. Se uno stupro avviene in automobile, magari non è colpa delle automobili, magari nemmeno dei passaggi e degli autostop, ma non ha senso che gli appassionati di auto si inalberino a difendere le auto, né che qualcuno voglia far demolire tutte le automobili: resta che quello stupro su quella automobile va affrontato per quello che è.

Il primo punto di questa polemica è legato a questo: cosa sta subendo esattamente Laura Boldrini? È un classico linciaggio per-così-dire in rete come ce ne sono tanti? È un meme cretino? È una di quelle campagne che vorrebbero essere spiritose ma sono sul filo dell’odio, che mascherano la superbia del branco con il sarcasmo più beota? No. Sono minacce violentissime a opera di gruppi di nazisti. È gente brutta e pericolosa. Concita De Gregorio però, per scarsa conoscenza del tema o per malizia, preferisce mettere questa informazione alla fine del pezzo, e trasformare un fatto di cronaca preciso, sul quale si potrebbe ragionare, in un articolo che parla della rete in genere e della libertà di opinione. È la passione della stampa italiana per il parabolone che la rende spesso cialtrona alla radice. Qui ci sono dei fatti circostanziati, precisi, gravi agli occhi di tutti, uomini e donne, destra e sinistra, nativi digitali e vecchi che guardano i cantieri. Di questo avrebbe dovuto parlare prima di tutto l’articolo, proprio per evitare le generalizzazioni che invece cerca con vigore. Si preferisce riferirsi alla rete, lasciare lo specifico all’ultimo paragrafo, e metterci anche un titolo – qui Concita De Gregorio non c’entra – come «Boldrini: “Io, minacciata di morte ogni giorno. Non ho paura ma basta all’anarchia del web”», che unisce la caratteristica di essere falso alla capacità di scatenare tutta la rete chiamandola in causa. Una versione educata del meccanismo denunciato nel pezzo stesso a proposito della partenza di questa campagna di odio, insulti e minacce:

«Le minacce – tutte a sfondo sessuale, promesse di morte violenta – si sono moltiplicate nel giro di due settimane con il tipico effetto valanga che la Rete produce: al principio erano una decina, qualche sito le ha riprese e rilanciate, i siti più grandi le hanno richiamate dai siti più piccoli con la tecnica consueta: dichiarare in premessa l’intenzione di denunciare l’aggressione col risultato, in effetti, di divulgarla ad un pubblico sempre più ampio.»

Prendo una cosa piccola, la travesto da grande, tiro in mezzo tutti. Poi ci si chiede quali siano questi siti «grandi»? Non si capisce. Per di più l’articolo si apre con una bella serie di nefandezze espresse con lo stile un po’ letterario e parecchio enfatico di Repubblica, ma non nella forma zucconiana di esperienza del mondo e indignazione sardonica, bensì in quel mélange di freddezza e partecipazione, enfasi e distacco, che è tipico di De Gregorio.

«Sono minacce di morte, di stupro, di sodomia, di tortura. Accanto al testo spesso ci sono immagini. Fotomontaggi: il suo volto sorridente sul corpo di una donna violentata da un uomo di colore, il suo viso sul corpo di una donna sgozzata, il sangue che riempie un catino a terra. Centinaia di pagine stampate, migliaia di messaggi.»

Io li vorrei vedere i cinque o seimila messaggi che minacciano di morte Laura Boldrini. Ma comunque, diciamo che sono davvero migliaia, stampati su centinaia di pagine. I responsabili sono in fondo, c’è il desiderio chiaro di parlare di un fenomeno e non di fatto, e il titolo falso e fuorviante serve a scaldare gli animi di utenti e stampa (ne scrive in maniera limpida Luca Sofri). È tutto apparecchiato molto bene.

Pronta, arriva questa risposta di Vittorio Zambardino (responsabile di molti progetti del gruppo Espresso legati alla Rete, compreso il sito più visto in Italia) alle parole di Boldrini. È una lettera che Zambardino scrive in realtà ad anni di polemiche sceme sul tema, con argomenti validi e no, ma non a Laura Boldrini, e non in seguito all’intervista in questione, perché Boldrini non dice quasi niente di quello che Zambardino sembra attribuirle anche solo idealmente. È tutto interessante quanto vogliamo, ma riguarda la rete, i troll eccetera, non questo caso, questa donna, queste minacce e questa intervista. Chiude con la domanda retorica: «Ma ha un futuro una cultura che affronta il problema dello hate speech con la repressione?». Boldrini dice coraggiosamente che bisogna parlare di queste cose, non sventola repressioni di nessun tipo. C’è da dire che chi è investito da una campagna d’odio in rete non ha giustamente interesse nell’idea di grandissima libertà di parola di chi da settimane riprende insulti a valanga per ridere e sentirsi figo con gli amici, e poi sventola emendamenti americani e storie di hacker cambogiani quando qualcuno gli chiede di comportarsi meglio e rispettare il prossimo e la legge. Che sembra buon senso, ma in rete è repressione. Si mettono insieme le minacce che vengono da Varese  – dico Varese perché so che ci sono dei nazisti e io sono di Varese, così nessuno scoccia – con il carcere degli oppositori politici nelle dittature, e via, tutto uguale, censura, repressione.

Le leggi come male e la libertà come bene sono concetti che vanno bene fino alle scuole primarie. Forse nemmeno. Poi si scopre, proprio in contrasto con quelle grillate che a me come a Zambardino stanno così antipatiche, che la civiltà è limitazione della libertà del singolo in nome dei rispetto di valori più alti e più grandi dei suoi. Non siamo soli al mondo, né come singoli né come comunità, gruppo, clan o gilda: diventiamo persone civili quando la nostra voglia di fare quello che ci gira viene limitata dalla cultura, dal rispetto degli altri e delle leggi.

Per finire, faccio notare che non c’è un altro quotidiano in rete che abbia l’impostazione ballerina di Repubblica (salvo il Corriere per imitazione). La ricerca del clic forsennato, tra denunce, strizzate d’occhi, notizie vere, bufale, invenzioni e ironie, non è un brevetto di Repubblica.it. Il “colonnino morboso” o “colonna infame” è un marchio di fabbrica del sito, e in Italia l’hanno ripreso molti. Ma non è nemmeno il colonnino in sé a essere giornalisticamente rilevante, visto che tutto è lecito finché è chiaro: è nel palleggio sinitra-destra, notizie/colonnino che Repubblica.it gioca col fuoco da anni, e a mio parere per questo non dovrebbe proprio occuparsi di rete, notizie e etica con quest’aria sacerdotale. Facendo un po’ quelli seri che parlano di Renzi, un po’ quelli scemotti che fanno vedere la figa, Guardian di qui, Daily Mail di là, dibattito nel PD a sinistra, pazzi gattini nel colonnino a destra, a Repubblica.it hanno fatto passare un’idea di rete caos, rete villaggio globale, popolo inarrestabile che spazza via le barriere, alto e basso che si mescolano per esigenze storiche e culturali, che confonde temi e livelli, argomenti e taglio più o meno imbecille degli stessi.

Penso da sempre che sia un alibi: un alibi strumentale privo di fondamento, sia del punto di vista culturale che giornalistico e industriale, e che la sua natura autoassolutoria abbia contagiato molti, recando un danno al mercato delle informazioni e della pubblicità sul web in Italia. Un esempio. Io non ho mai visto in alcun sito al mondo dei video di youtube o altri servizi essere presi, marchiati con il nome della testata, ripubblicati sul proprio sito usando una piattaforma proprietaria. Repubblica lo fa da sempre. E se tu sei quello che ha fatto o pubblicato quel video, con la scusa della libertà di informazione, col ricatto della visibilità, il tuo contenuto diventa loro, i clic sono loro, la pubblicità conseguente è loro. Arrivederci.

Siccome poi scatta la risposta automatica del paese reale, il trucchetto tipico della destra che ormai in Italia usano tutti, quello per cui gli altri sono tutti snob, ciechi ed elitari, e i problemi reali della gente e del lavoro quotidiano sono altri, ecco un elenco di siti di quotidiani che non fanno come Repubblica.it e per imitazione Corriere.it, cioè non sono allo stesso tempo coltissimi e cretini, tette e costituzione, gattini e scioperi, né rilanciano come propri contenuti altrui e macchine da clic pescate a caso in giro: GuardianIndependent, Le Monde, Le Figaro, El Pais, El Mundo, Frankfurter Allgemeine Zeitung, Sùddeutsche Zeitung, Bild, Daily Mail.

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