Il ginecentrismo pubblicitario si mangia la marca!

da TP blog

Quando incontrammo Giancarlo Livraghi a casa sua, lui ci raccontò: “un giorno passeggiavo per Milano con una donna intelligente e attenta. Davanti ad un manifesto con una bella ragazza che metteva in mostra le gambe, la mia amica ragionava sull’immagine della donna. Voltato l’angolo le chiesi per cosa faceva la pubblicità quel manifesto, lei citò con sicurezza una nota marca di calze. Il manifesto riguardava tutt’altra cosa”. Nella buona pubblicità la marca deve essere integrata nell’idea centrale. Non c’è nulla di peggio che realizzare un annuncio che il pubblico non sia in grado di ricordare a quale prodotto si riferisce. Sviluppiamo idee non voyeurismo, ricalcando il messaggio del presidente TP, Biagio Vanacore. Cosa vogliamo dire? Che la Donna la dignità non la perde per davvero ma le viene rubata per sopperire alla carenza e alla vacuità comunicativa di chi concepisce quel messaggio incentrato sulla donna e non sul prodotto. Sempre Livraghi, infatti, ci disse che per poter pubblicizzare un prodotto bisogna provarlo e lui nella sua carriera ha provato tutti i prodotti che ha pubblicizzato ad eccezione di due (per i quali manterremo il riserbo). Abbiamo dei dubbi sul fatto che Luca Petruzzelli e Fabrizio Aromatico dell’agenzia Diametro di Pesaro, che hanno realizzato la campagna per Maya Club srl, abbiamo provato le tre sedute a 69€ che hanno tentato di pubblicizzare con un visual che mostra l’immagine di una donna in evidente sovrappeso, nuda con le braccia che coprono il seno, seduta a gambe divaricate con una bilancia posizionata tra di esse a coprire il pube e a cui viene riferito un claim “Grasso che… cala!” basato su un gioco di parole idoneo a generare una lettura del messaggio in chiave offensiva. Sicuramente nemmeno i realizzatori (che non siamo riusciti ad individuare) della campagna per Italposatori Group srl di Caserta non avranno provato il prodotto e anche loro per pubblicizzare l’impresa di posa di pavimenti e rivestimenti sono ricorsi a mostrare il corpo seminudo di una giovane donna, seduta con le ginocchia che toccano terra e le gambe aperte, le braccia tese a terra a coprire il seno nudo. A fianco dell’immagine la scritta “Ci sono pose e… POSE”. Ad avviso dell’organo di controllo, la comunicazione di entrambe queste campagne si pone in palese contrasto con l’art. 10 del CAP che impone il rispetto della “dignità della persona in tutte le sue forme e espressioni“. Ma c’è bisogno d’interventi più forti! La recente mozione presentata su iniziativa di Giovanna Giugni (consigliera comunale dell’Italia dei Valori) ed approvata dal consiglio comunale di Trento, blocca l’uso di immagini ammiccanti o corpi femminili e slogan a doppio senso, lesive della dignità della donna. Auspichiamo maggiori interventi in questa direzione al fine che venga ridefinita a livello nazionale in modo serio la disciplina in materia. Ad ogni modo a nostro dire, non è più la donna ad essere offesa attraverso la strumentalizzazione del suo corpo ma il prodotto. L’overflow di immagini di donne e corpi nudi dissipa il tentativo di seduzione del messaggio ad appannaggio, oramai, solo di idee primitive per le quali sempre più lo IAP, per quello che può fare, cerca di provvedere. Riusciremo a trovare la direzione di una comunicazione che coinvolge, condivide e corrobora il pubblico? Invertising la chiama Paolo Iabichino, direttore creativo in OgilvyOne, OgilvyAction & OgilvyInteractive. Parliamo di lavori di qualità, altra caratteristica difficile da definire. Per il momento vi rimandiamo agli studi del Padre della Rivoluzione della Qualità, Philip Crosby. Nel post di domani riprenderemo il discorso sulla qualità e mostreremo due campagne nelle quali chi le ha realizzate sente il messaggio da comunicare ed arriva al pubblico senza possibili interruzioni.

Né puttane né madonne, solo donne.

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4 pensieri su “Il ginecentrismo pubblicitario si mangia la marca!

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