Identità e papalatria

Sul set de “Il vangelo secondo Matteo”
foto Domenico Notarangelo

Al di là della polemica e della facile ironia, il suo scritto è fenomenale. Spero francamente che Allam continui a scrivere perché alcune osservazioni, benché lui le intenda all’incontrario di me, le trovo assolutamente illuminanti. Nel suo allontamento dalla Chiesa sulla base di un malinteso concetto di identità, che permette e anzi favorisce l’anteposizione della logica di schieramento al messaggio cristologico, chiarisce in realtà l’ordine delle priorità più di molti altri autori. Allam ci vede vede benissimo e sa perfettamente cosa rifiuta. Il fatto è che molti altri cristiani raccolgono con speranza proprio ciò che lui rigetta.

“Se proprio Benedetto XVI denunciando la «dittatura del relativismo» mi aveva attratto e affascinato, la verità è che la Chiesa è fisiologicamente relativista. Il suo essere contemporaneamente Magistero universale e Stato secolare, ha fatto sì che la Chiesa da sempre accoglie nel suo seno un’infinità di comunità, congregazioni, ideologie (…) che si traducono nel mettere insieme tutto e il contrario di tutto. Così come la Chiesa è fisiologicamente globalista fondandosi sulla comunione dei cattolici in tutto il mondo, come emerge chiaramente dal Conclave. Ciò fa sì che la Chiesa assume posizioni ideologicamente contrarie alla Nazione come identità e civiltà da preservare, predicando di fatto il superamento delle frontiere nazionali”.

Nel rovesciamento totale dei significati Allam riesce a trovare verità profonde. La “papalatria” di cui parla aiuta a far chiarezza proprio su cosa sia l’idolatria perché, al netto delle polemiche su papa Bergoglio, il concetto che Allam introduce è veramente interessante. Con idolatria, infatti, si indica una credenza anteriore a quella in entità creatrici e soprannaturali. Una fede in cui le divinità assumono caratteri antropomorfi. Allam ha ragione, è idolatra fare una divinità a propria dimensione e misura, ivi compreso il Papa. Ma è proprio questo del suo scritto che sorprende: nel momento di massima intuizione fornisce anche testimonianza concreta di ciò che rimprovera agli altri (“La mia conversione al cattolicesimo, avvenuta per mano di Benedetto XVI”).

Non pretendo di affermare cose nuove, è solo che mi è inevitabile pensare a quanto siano buone le osservazioni di Allam e lo dico senza ironia. In un attimo, con le sue parole, richiama alla mente il travaglio del concilio di Firenze del 1439 (Basilea, Ferrara e Firenze) dove si è posto per la prima volta, in maniera storicamente imponente, il problema del conciliarismo e dalla riunificazione tra le chiese d’Oriente e d’Occidente. Allam evoca così la questione della pluralità delle cultura teologiche e delle identità cristiane che costringe gli storici dell’alto medioevo a parlare, non a caso, di “cristianesimi” al plurale. Penso soltanto alla difficoltà di focalizzare la questione della confessione pubblica quando i concili, dal VII al XIII secolo, potevano assumere contemporaneante posizioni differenti a seconda della prevalenza del pensiero classico cristiano rispetto alla penetrazione delle forme del cristianesimo irlandese.

Allam, seppur inconsapevolemente, storicizza un problema che non è tanto quello di una sensibilità individuale orientata verso il ratzinganesimo piuttosto che verso il bergoglianesimo bensì quello storico e universale di una chiesa che, per usare le sue parole, “mette insieme tutto e il contrario di tutto” e alla fine non può fare diversamente. Proprio perché si fonda, come correttamente osserva Allam, sulla comunione dei credenti prima che sulla “nazione come identità e civiltà da preservare”. Allam ha di nuovo ragione quando afferma che la chiesa “predica di fatto il superamento delle frontiere nazionali”, o almeno così dovrebbe fare, dal momento che la specificità del cristianesimo consiste proprio in quell’amatevi gli uni e gli altri come io vi ho amati che, ben lungi dall’essere espressione di ottuso buonismo, è il fondamento di una precisa antropologia. Ed è proprio qui che muovo il principale appunto a questa visione del cristianesimo che porterebbe a una “Chiesa fisiologicamente buonista”. Non perché io non sia d’accordo – qui la mia opinione non conta – ma per il semplice fatto che ciò che viene definito “buonisimo” è in realtà uno dei richiami evangelici più decisivi, se non il richiamo per eccellenza, che dovrebbe caratterizzare la teologia cristiana. “Mettendo sullo stesso piano il bene altrui rispetto al bene proprio” la Chiesa non compie un atto di buonismo ma rimane semplicemente fedele al mandato del suo ispiratore.

Ilaria Sabbatini

Perché me ne vado da questa Chiesa debole con l’islam, M. Allam

http://www.ilgiornale.it/news/interni/bersani-ora-basta-899699.html

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2 pensieri su “Identità e papalatria

  1. Michele Cassidy

    “Allam ha ragione, è idolatra fare una divinità a propria dimensione e misura, ivi compreso il Papa.”

    Mi sembra interessante il fatto che molti governi totalitari sono appassionato di visualizzare grandi ‘icone’ dei loro capi supremi – e che il Papa, almeno in passato, ha fatto esattamente la stessa cosa. Che cosa significa?

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