In vita di Pippa Bacca. Nell’anniversario della sua morte

Appena ho visto la fotografia, con l’annuncio della commemorazione del suo ultimo progetto – non della sua morte – mi è tornato in mente tutto. Ma io Pippa Bacca (1974 – 2008) non la conoscevo e non avrei scritto niente se non fosse stato per un’altra donna. Una che su questa artista stuprata e uccisa non ha avuto di meglio da dire che era una radical chic, rampolla della Milano bene. Io non la conoscevo Pippa Bacca: sarà che non ho buone frequentazioni. Non conosco i salotti milanesi. A dir la verità conosco solo quello di casa mia dove ospito i miei amici che si occupano, in tanti, di cultura e di arte. Probabilmente non sono gli stessi volti che campeggiano sulle copertine à la page ma sono indubbiamente buone frequentazioni, frequentazioni da intellettuali. Non mi vergogno a dirlo, anzi lo rivendico e alzo la posta citando un pezzo dei Wu Ming che ricorda come “radicalchic”, sia una definizione coniata dallo scrittore conservatore Tom Wolfe per irridere gli artisti di sinistra che raccoglievano fondi per le spese processuali delle Pantere Nere. Secondo la vulgata, oggi, chiunque svolga un ragionamento complesso non fa parte del popolo: è radical chic e dunque si dedica ipso facto all’onanismo intellettuale. Peccato che in questa apoteosi di banalità io veda convergere una pretesa vicinanza al popolo – che si suppone di sinistra – con la svalutazione tipicamente di destra di tutto ciò che è cultura, ossia di tutto ciò che alieno dalla produzione di utile e di convenienza. Certo però sorge un dubbio: visto che di utile e di conveniente c’è stato ben poco nel suo modo di vivere e di morire, allora Pippa Bacca non era così radical chic come qualcuno pretendeva. Stando alla suddetta vulgata, un intellettuale è necessariamente un benestante staccato dal mondo. Peccato che chi scrive sia figlia di persone modeste e solo con l’ostinazione, il lavoro, lo spirito critico e gli sforzi della famiglia sia arrivata dove è arrivata, dovunque sia quel punto. Chi scrive non ha risolto i suoi problemi economici ma ha una buona formazione e di questi tempi non è poco. Mi chiedo se anch’io non sia un po’ radical chic, se non sia un po’ Pippa Bacca. In modo più istintivo che razionale, dev’essere il motivo per cui non me la sento poi così lontana. Lei è stata ammazzata durante la performance Spose in Viaggio, con cui si proponeva di attraversare, in autostop, undici paesi interessati da conflitti armati. E ciò con cui si deve fare i conti ora è questa domanda: la sua morte significa che si sbagliava o, esattamente all’opposto, vuol dire che lei aveva la vista più lunga degli altri? La sua morte conferma o smentisce le sue idee? Lei trasformava gli oggetti in altri oggetti, le foglie di una specie in foglie di una specie diversa. Magari è questa la sua risposta. Ma se da lei non potremo mai saperlo, qualcun altro ha potuto rispondere prima di morire. “Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: Dica adesso quel che ne pensa! Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberato la mia più lancinante curiosità”. La sua curiosità era di poter vedere gli altri, quelli verso cui si spingeva, con gli occhi di Dio o – quanto meno – di “un” dio. Poco importa se Pippa Bacca era credente o atea, se conoscesse o meno Christian de Chergé, il monaco di Tibirine che ha scritto quelle parole: per me, che mi reputo laica, le loro storie si sostengono l’una con l’altra.

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CUCO – Cultura commestibile 20

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