C’è un elefante nel salotto. Non facciamo finta di niente.

BANKSYCi vuole molta classe nella lotta

di   Chiara di Domenico

Mi presento. Mi chiamo Chiara Di Domenico, sono la prima laureata della mia famiglia: una laurea in Lettere, vecchio ordinamento, che pensavo di utilizzare per insegnare, ma poi qualcuno ha deciso che ci voleva una specializzazione, e mi sembrava stupido ripetere gli stessi esami solo perché era stato deciso così.Sono diventata libraia alla libreria Martelli di Firenze (catena Edison, la stessa che ha appena messo in cassa integrazione tutti i suoi dipendenti), dove un incauto business plan ci ha sballottato fuori dalla libreria in 11 e sparpagliati nelle altre librerie, fino a lasciarci per strada.

Così ho continuato a lavorare, testardamente, nell’editoria. Ho fatto un master universitario, e senza passare per lo stage ho iniziato a lavorare con le edizioni Fernandel. Chi mi conosce sa la storia dei miei ultimi anni. Non vale la pena ricordarla nel dettaglio qui, perché non è che una delle tante. Proprio per quella storia, che è una storia vincente, visto che oggi posso permettermi di investire 600 dei miei 1.200 euro di stipendio in un monolocale a Roma, il Pd mi ha scelto giovedì per parlare di lavoro. Esordendo l’ho detto: «Sono la precaria ignota», rappresento una categoria che stringe i denti e sacrifica tempo e fatica nella speranza di un po’ di normale stabilità. Non sono tesserata Pd, non sono mai stata tesserata. Insieme ad altri precari da due anni organizziamo un festival, «Mal di Libri», che dà voce ai tanti (bravi) scrittori e lavoratori ignoti che hanno difficoltà a trovare spazi.

Oggi lavoro per una casa editrice che rispetta il mio contratto a progetto.Ieri ho parlato per 8 minuti del nostro lavoro. Di chi si è stancato di firmare un contratto a progetto senza obbligo di ore e si ritrova paradossalmente a fare straordinari che non gli verranno mai pagati. Di chi è costretto ad aprirsi la partita iva pur avendo un solo datore di lavoro. Di chi viene mandato a casa, sostituito da un apprendista, perché così è lo stato a pagare le tasse, e non il suo datore di lavoro. Per anni accetti. Ti metti in gioco. Poi ti accorgi che passano gli anni e niente cambia.

Per anni mandi lettere, come un San Girolamo dal deserto, ai giornalisti, ai direttori di testate, agli uomini e donne di spettacolo e di cultura. Alcune sono diventate note sul mio profilo facebook. Una volta ho invitato il direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano a venire nel mio quartiere a conoscere i precari di cui parlava spesso. Ha voluto il mio numero, mi ha detto «La contatteranno». Silenzio.Ho scritto una lettera a Federico Fubini, giornalista del Corriere della Sera, che portando ad esempio Angelo Sraffa dice che siamo incapaci di farci sentire. L’ho invitato a una cena collettiva, lui mi ha proposto un incontro nella sua città. Allora ho deciso di farci sentire.

C’è un elefante, nel salotto letterario dove lavori ogni giorno. È davanti agli occhi di tutti, ma tutti fanno finta di niente. E quell’elefante è un ricco collage di ruoli e nomi noti. È forte a destra come a sinistra, e quella parte sinistra fa ancora più male. Io ieri ne ho fatto uno di questi nomi, non per attaccare, ma perché in questo paese, in un sistema di informazione ormai improntato solo sullo scandalismo, devi fare scandalo per fare sentire la voce tua e della classe che rappresenti. Ho fatto un nome che conosco, quello di Giulia Ichino, perché mi ha colpito leggere che è stata assunta da Mondadori negli stessi anni in cui in Italia si attuava la Legge Biagi. Mi ha colpito che fosse stata assunta a 23 anni quando molti di noi a quell’età hanno giusto la possibilità di uno stage non retribuito. In questo paese è ancora legittimo stupirsi e avere libertà di parola. Ho detto che c’era un elefante nel salotto letterario. E l’elefante finalmente si è accorto del topolino. Si è alzato, ha gridato «allo squadrismo».

Ha detto che ero strumentalizzata dal Pd, come se non sapessi leggere e pensare da sola. Non importa. Non sono una squadrista. La libertà di parola vale per me e per tutti. Ma è importante riportare l’attenzione sui precari, chè è il motivo di tutto questo rumore. Giovedì l’ho detto a Bersani e a tutto il gotha del Pd presente: chi ha potere ha responsabilità. Ha responsabilità Bersani, nel proporsi come prossimo Presidente del Consiglio, nel riformulare una legge sul lavoro che permetta un futuro, una casa, un’istruzione e una pensione agli italiani di oggi e di domani. Ma ha una responsabilità anche chi ricopre ruoli stabili nelle aziende, nel tutelare chi è più debole. In Mondadori non sono tutti assunti.

Molti lavorano a contratto a progetto, peggio a partita Iva. Chi è testimone di questa disuguaglianza deve intervenire. Ora che tutti guardano l’elefante bisogna intervenire, e occuparsi di chi è costretto a non partorire, a vedersi decurtare lo stipendio pur di avere un lavoro, a chi si ritrova a pagare migliaia di euro di tasse perché il suo datore di lavoro lo vuole ma non vuole prendersi i rischi di un’assunzione. Chi prende i tram, chi ascolta i discorsi per strada, lo sa quanto questo è diventato frequente. Troppo frequente. Io sono solo un topo, che ha osato guardare negli occhi un elefante. Mi hanno accusato di un «attacco ingiusto». Non ho mai alzato la voce. Non ha mai minacciato. Mi sono solo chiesta come si possa andare avanti a fare finta di niente. A guardare indifferenti chi non ce la fa più.

A vedere le differenze e dire che siamo uguali. Io sono uguale a V. a cui è stato proposto di licenziarsi dal suo tempo indeterminato per farsi riassumere quando avrà finito il periodo di maternità. Sono uguale a chi non dorme più. E tutta l’istruzione, tutta la cultura illuminista, e i diritti acquisiti negli ultimi cinquant’anni, mi dicono che anche il figlio di un tramviere ha diritto di fare, bene, e sereno, il lavoro per cui ha studiato. E se molte persone hanno la fortuna di crescere con una bella biblioteca in casa, anche altri hanno diritto di usufruire delle biblioteche e delle scuole pubbliche. Quelle che stanno cercando di toglierci, quelle per cui fino ad ora si è fatto troppo poco. È lotta di classe questa?

A me interessa solo che i diritti valgano per tutti. E che si regolamenti, finalmente, il mercato del lavoro, sui diritti, e non, come qualcuno ha detto, sulla fortuna. Facciamo delle nuove quote. Dopo le quote rosa, facciamo le «quote qualunque»: per ogni cognome eccellente assunto, due ignoti meritevoli assunti. Non è una provocazione, non è aggressione, forse sì, è lotta di classe.

http://www.nazioneindiana.com/2013/02/09/ci-vuole-molta-classe-nella-lotta/

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«Io sto con Giulia Ichino»

Il direttore dell’Università Luiss Celli  ammette che in Italia la meritocrazia è negata. Ma difende la figlia del giuslavorista dall’accusa di stare in Mondadori per raccomandazione: «Lei è un editor bravissimo».

di Antonietta Demurtas

In un Paese affamato e arrabbiato, messo in ginocchio da una disoccupazione giovanile che tocca il 37%, basta lanciare nell’arena il nome del solito ‘figlio di’ sistemato e contento per far venire la bava alla bocca a tutti.
Quella di Giulia Ichino, figlia del giuslavorista Pietro, ex senatore del Partito democratico e ora candidato nella lista Monti, è solo l’ultimo caso che ha riportato l’attenzione sulla meritocrazia e sul fatto che ‘figli, mogli o amanti di’ abbiano sempre o quasi sempre una corsia preferenziale nell’accesso al mondo del lavoro.
ICHINO ATTACCATA DALLA PRECARIA. Ma nella bagarre che si è scatenata dopo la denuncia della precaria che ha ricordato il caso di Giulia Ichino, classe 1978, assunta alla Mondadori all’età di 23 anni e ora senior editor della casa editrice, si nasconde ancora una volta un malessere tutto italiano che non fa più distinguere il vero dal falso, l’invidia dall’ingiustizia, il pregiudizio dal merito.
In questo caso a prendere le difese della 35enne, per dire che è pur figlia del giuslavorista ma sono stati suoi i meriti che l’hanno portata a rivestire quel ruolo, sono stati in tanti. A partire da Pier Luigi Celli, direttore generale dell’Università Luiss, che nel 2009 al figlio Mattia e a tutti i meritevoli ma precari figli d’Italia rivolse un appello: «Figlio mio, lascia questo Paese. Il tuo Paese non ti merita. Finiti i tuoi studi, scegli di andare dove hanno ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati», scrisse sulle colonne de La Repubblica.
UNA DELLE EDITOR PIÙ BRAVE. Celli difensore della meritocrazia e critico di un Paese che ai giovani ha sinora tolto le speranze e le possibilità, mette in guardia dai giudizi sommari: «Giulia Ichino è un editor bravissimo», dice a Lettera43.it, «l’ho conosciuta quando sono andato a Venezia per una lezione nella scuola di Brail e la sera durante una cena di presentazione di un nuovo libro ero seduto vicino al direttore generale della parte editoriale della Mondadori, mentre la figlia del giuslavorista parlava. Ne fui colpito e chiesi chi fosse quella ragazza così preparata. Laura Donnini, direttore generale delle edizioni Mondadori mi rispose: è una delle editor più brave che io abbia mai conosciuto».

DOMANDA. Quindi Giulia Ichino è l’eccezione che conferma la regola?
RISPOSTA. È vero che ci sono dei ‘figli di’ che non meritano le posizioni che hanno e che i padri facilitano loro la vita, ma ce ne sono anche altri che sono meritevoli e per i quali il cognome diventa solo un passaporto negativo.
D. Un piccolo contrappasso in un’Italia nepotista sino al midollo.
R. In quasi tutti i Paesi ci sono i ‘figli di’, basti pensare all’America dove ci sono delle vere e proprie dinastie: il padre è presidente, il figlio è presidente, l’altro è governatore e la moglie diventa presidente dopo il marito.
D. Allora siamo noi italiani che ci prendiamo troppo sul serio?
R. No, forse all’estero si guarda più la competenza che il nome, invece da noi siccome la competenza e il merito sono valori molto negletti siamo portati a pensare che quando c’è qualcuno con un nome importante, allora ricopra quel determinato ruolo solo grazie al padre. Ma non sempre è così.
D. Quasi…
R. Diciamo che abbiamo una lunga casistica di ‘figli di’ che forse non valevano i genitori, posto che i genitori valessero qualcosa. È una lunga tradizione, basta guardare quanti politici figli di politici abbiamo, insigniti quasi a livello dinastico.
D. Bossi, Berlinguer, Craxi, Cossiga…
R. E non solo. Anche i manager o le imprese familiari che nel passaggio generazionale implodono perché i figli non sono all’altezza dei padri. E non tutti i genitori sono così intelligenti da mettere l’azienda in mano a manager esterni più esperti. Però ci sono anche dei casi in cui le cose funzionano perché uno è bravo. E questo è il caso di Giulia Ichino.
D. Certo è che in un Paese di precari con una disoccupazione giovanile altissima fa comunque effetto leggere di una giovane 23enne assunta alla Mondadori.
R.  Perché purtroppo siamo abituati a esempi troppo negativi, cioè figli che non meritano la posizione che hanno e questo ha creato in noi una convinzione.
D. Un Paese pieno di ‘figli di’, ma anche di figli del pregiudizio?
R. Pregiudizi che nascono da situazioni reali e quindi è difficile smontarli. Se vivessimo in un Paese in cui il merito fosse messo davanti a tutto il resto e i risultati venissero davvero premiati, il nome sarebbe indifferente. Invece di fronte a questo pregiudizio chi ci rimette spesso è il ‘figlio di’, che deve recuperare una credibilità che non gli dà il nome. Che paradossalmente diventa un handicap.
D. Ma solo quando uno è bravo.
R. Certo, quando non lo è si fa forza del nome e non fa altro che accentuare il pregiudizio generale.
D. Non è quindi una questione di invidia?
R. A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca. Anche se non sempre. Il problema è che siamo abituati a pensar male perché siamo disabituati a pensare bene.
D. Non è che la situazione del Paese aiuti.
R. Il problema reale è che abbiamo un sistema generale inceppato che non si riesce a sciogliere. Se noi fossimo abituati a pensare che ai ragazzi vadano date delle chance e se danno risultati positivi vadano premiati se no devono essere ulteriormente preparati, allora avremo un sistema virtuoso.
D. Invece assistiamo a una guerra tra poveri e sempre più generazionale?
R. Purtroppo ci siamo incattiviti, a volte con ragione: ci sono ragazzi bravissimi, che per anni non trovano un posto di lavoro e inevitabilmente alla lunga maturano un vero e proprio astio. La precarietà genera frustrazione e l’unica cosa che uno può fare allora è sfogarsi contro gli altri.
D. Vista la situazione allora consiglierebbe ancora una volta ai giovani di lasciare l’Italia?
R. Tre anni fa dissi quella frase, ma solo per fare una provocazione, perché all’epoca nessuno parlava dei giovani, e io che facevo il professore vedevo quanto le difficoltà li stessero mettendo a dura prova. In questo Paese c’era e c’è una deriva palesemente amorale e spesso immorale nei confronti dei giovani.
D. Meglio allora andarsene?
R. Se i ragazzi vanno all’estero è perché vedono riconosciuta la loro bravura indipendentemente da razza, religione, sesso e credo politico. E noi dobbiamo riflettere su queste cose. Ma non lo facciamo.
D. Mi sa che non l’ha ascoltata nessuno, nemmeno suo figlio. Che però trovò un posto in Ferrari.
R. Ecco quello è un altro esempio di pregiudizio: mio figlio dopo che si laureò in ingegneria meccanica, mandò vari curricula e riuscì a fare un tirocinio regionale alla Ferrari. Dopo sei mesi, pagato a 700 euro, riuscì ad avere un contratto interinale Adecco a 1.100 euro lorde. Ma lo sa tutti i giornali cosa dissero? Ecco il figlio di Celli sistemato in Ferrari dal padre.
D. Lei non ci aveva messo neanche una buona parola?
R. Io non c’entravo niente, mio figlio è un ingegnere meccanico laureato con 110 e lode in cinque anni, con pubblicazioni universitarie, non aveva nessun problema. E poi alla fine pensi che siccome non si trovava bene, si licenziò prima della fine del contratto. E ora lavora in una società di consulenza.
D. Insomma in Italia non è facile neanche essere figli di…
R. C’è un clima mefitico per cui ognuno cerca di risolvere i propri problemi, che spesso sono insolubili perché questo Paese non te ne dà la possibilità, scaricando le colpe sugli altri.
D. Su chi è più fortunato e magari ha avuto la possibilità di accedere a una formazione di eccellenza?
R. Chi viene da famiglie più abbienti, che magari ha vissuto in un ambiente culturale più stimolante, che ha viaggiato, ha certamente più probabilità e una preparazione che lo rende più abile alle relazioni. Che poi sono quelle che li aiutano a trovare una sistemazione.
D. Si torna così al problema delle chance di partenza?
R. Se il Paese non offre a tutti gli strumenti per cercare di raggiungere certe posizioni, resterà la nascita a fare la differenza. E se nasci in un posto più sfigato di altri sei svantaggiato in partenza. Servirebbero un po’ più di socialità e virtù civili per rieducare la gente, ma basta vedere cosa sta succedendo in questa ultima campagna elettorale: continueremo a fare i guelfi e i ghibellini e scivoleremo sempre più indietro.
D. Non ci resta quindi che continuare a pensar male?
R. No. Io non mi rassegno. Lo dico sempre ai miei ragazzi: bisogna combattere. Le polemiche rattristano da una parte e rendono cattivi inutilmente dall’altra. E con la cattiveria non risolvi i problemi.

http://www.lettera43.it/cultura/io-sto-con-giulia-ichino_4367583250.htm

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Il linciaggio di Chiara e gli squadristi per Giulia Ichino

di Gennaro Carotenuto

Che cafona Chiara Di Domenico (foto), la precaria accusata di aver fatto nomi e cognomi sul fatto che l’erede di Pietro Ichino Giulia si sia piazzata in Mondadori in un’età nella quale i suoi coetanei son troppo giovani anche per spillare birra in un pub. Che cafona Chiara a ricordare che, dal tempo dei Borgia, il nepotismo è uno dei mali endemici dell’Italia.

Non sa Chiara che cattolicamente si dice il peccato ma non il peccatore e che se i pochi posti nel collegio universitario sono occupati (per reddito) dal figlio dell’avvocato tale e dalla figlia del farmacista talaltro la miglior virtù della (benestante, in proporzione fiscale) figlia dell’operaio è la cristiana rassegnazione. Poi si sa che in genere i figli di papà hanno una marcia in più, soprattutto quelli di papà colto e (vagamente) progre. In positivo: hanno trovato libri in casa, hanno viaggiato, hanno visitato mostre, si sono confrontati ancora bambini e adolescenti con cospicui amici di famiglia, hanno ricevuto gratis lezioni che ai loro coetanei costano anni e che contribuiscono in maniera esiziale a mantenere il cartello “guasto” appeso da decenni sull’ascensore sociale italiano. In negativo: sono parte delle élite di un paese culturalmente limitato, ne sanguisugano tutti i benefici come i figli della più becera destra e non sono disposti a mollare l’osso perpetuando da classe dirigente quale sono il sistema castale vigente.

Il problema non è se Giulia Ichino abbia o non abbia una marcia in più. Ce l’ha con ogni probabilità. Il problema è chi ha costretto Chiara a correre col freno a mano tirato per permettere a Giulia di «miracol mostrare» e perpetuare gerarchie classiste che devono restare immutabili a garanzia dell’ordine sociale esistente. Il problema è che quando le mille Chiara anonime riescono a orientarsi nella corsa a ostacoli alla quale è sottoposto chi è figlio di nessuno, i posti migliori (o i posti tout court) sono già stati occupati -ovviamente a tempo indeterminato- dalle Giulia figlia di. E allora non è affatto un caso, e non è affatto uno scandalo denunciarlo facendo nomi, che proprio la figlia di uno dei principali teorici della precarietà sociale a vita di generazioni intere di non garantiti si sia “sistemata” così giovane. Bravi devono essere tutti, ma i più, per quanto bravi, sono destinati dal modello economico vigente ad andare di cococò in cococò tutta la vita, fuggire all’estero, avvizzirsi in lavori sottopagati e sottomansionati. È così offensivo, eversivo, parlarne in campagna elettorale? Come ha chiosato la polemica Eugenio Angelillo, uno degli “influencer” di chi scrive e non importa se è sconosciuto ai più, parafrasando una frase più volgare: «sono tutti flessibili con i figli degli altri».

Intanto i cosiddetti influencer in Rete, che poi sono il mainstream di sempre, facevano muro per poi amplificarsi la voce a vicenda contro la plebaglia che osa tirare in ballo «per invidia sociale» la figlia del dottore. Toni ottocenteschi. Nelle ultime ore Chiara la cafona (e per interposta persona Pierluigi Bersani, il figlio del benzinaro che ha osato abbracciarla) sono stati linciati metodicamente dalla casta mediatica monopolista. Da Lucia Annunziata che attraverso il suo HP s’è addirittura inventata un effetto boomerang contro il PD per quell’abbraccio a Gianni Riotta, da Pierluigi Battista ad Andrea Romano a Luca Sofri che teorizza addirittura la “ritorsione” verso il papà traditore, hanno esercitato il loro eterno squadrismo mediatico in soccorso della vincitrice. Decine di altri si sono affrettati a ritwittare applaudendo i gerarchi dai quali spesso dipende il loro contratto a progetto. Fabrizio Rondolino s’è sentito in diritto di insultare apertamente Chiara di Domenico dandole -va da sé, non conoscendola- dell’ “inetta”: la precaria inetta insulta (insulta?) la ragazza di buona famiglia (la famiglia di Chiara, ça va sans dire, è cattiva) per rancore sociale. Eccoli lì al dunque: i tutori dell’ordine (mediatico e sociale) manganellano tutti insieme chi ha osato per un momento ricordare la questione sociale in questa campagna elettorale e per ribadire che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Io sto con Chiara.

http://www.gennarocarotenuto.it/22418-il-linciaggio-di-chiara-e-gli-squadristi-per-giulia-ichino/

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Mobilità sociale: in Italia è ferma

Il Rapporto Istat 2012 evidenzia un netto peggioramento delle opportunità di riuscita sociale e occupazionale dei giovani. Per tutto il ventesimo secolo la mobilità sociale in Italia è stata piuttosto elevata e ha accompagnato il periodo della crescita economica. Ora molti giovani, seppure istruiti, hanno un lavoro che li colloca in una classe sociale più bassa di quella del padre. Serve più meritocrazia nella selezione per le varie posizioni occupazionali. Ma anche politiche pubbliche per emancipare i giovani dalla troppo lunga dipendenza materiale dalla famiglia d’origine.

di Antonio Schizzerotto* (Fonte: lavoce.info)

Tra i numerosi argomenti trattati nel Rapporto annuale 2012 dell’Istat, il tema della mobilità socialeintergenerazionale assume un rilievo particolare. Quest’anno, infatti, l’Istat disegna un panorama poco noto al grande pubblico. Si tratta di un netto peggioramento delle opportunità di riuscita sociale e occupazionale dei giovani, accompagnato da una persistente mancanza di equità dei processi di allocazione delle persone nelle varie posizioni sociali.

Un secolo di mobilità ascendente

Per quasi tutto il XX secolo, l’Italia ha fatto registrare tassi di mobilità ascendente piuttosto elevati e di valore crescente nel volgere delle coorti anagrafiche. Il fenomeno deriva principalmente dallo spostamento verso l’alto della struttura occupazionale, a sua volta collegato alla crescita economica. Ma quando, dalla metà degli anni Novanta, quest’ultima è venuta meno, anche l’espansione delle posizioni sociali medie e superiori è cessata. Si sono, così, considerevolmente ridotte le possibilità, per le nuove generazioni, di raggiungere collocazioni occupazionali più elevate di quelle della loro famiglia d’origine. In effetti, era già stato osservato che, a partire dai nati negli anni Settanta, gli italiani avevano conosciuto una riduzione dei tassi di mobilità sociale ascendente e un incremento dei tassi di mobilità discendente. (1)
Ora l’Istat conferma autorevolmente questo stato di cose. In particolare, il Rapporto pone in luce che quasi un terzo dei nati nel periodo 1970-1984 si sono trovati, al loro primo impiego, in una classe sociale più bassa di quella del loro padre e che meno di un sesto di essi è riuscito a migliorare la propria posizione rispetto a quella di origine. Nelle coorti anagrafiche più anziane, invece, la situazione era pressoché invertita. I tassi di mobilità sociale ascendente presentavano, cioè, valori doppi rispetto a quelli di mobilità discendente.
L’Italia si trova, dunque, di fronte a una radicale discontinuità storica. Le persone che oggi hanno un’età compresa tra i 40 e i 25 anni rappresentano la prima delle generazioni nate nel corso del Novecento a rivelarsi impossibilitata a migliorare la propria posizione sociale rispetto a quella dei propri genitori. Il Rapporto ribadisce, poi, che le difficoltà incontrate dai giovani italiani nel raggiungere le classi medie e superiori riguarda anche i figli di queste stesse classi e non solo i discendenti dalle quelle inferiori. Insomma: i posti oggi disponibili nelle posizioni intermedie e sommitali della stratificazione occupazionale sono tutti occupati da adulti e anziani, cosicché molti giovani sono costretti ad accontentarsi, quando riescono a trovare un lavoro, di essere collocati in posizioni economicamente e socialmente poco appetibili.

L’importanza della famiglia

Questo fenomeno si accompagna a due altri, messi opportunamente in rilievo dal Rapporto, che ne accentuano la negatività. Il primo è costituito dalla notevole stabilità, almeno nel corso dell’ultimo decennio, dell’influenza (misurata al netto degli effetti dovuti alla riduzione dimensionale, tra i giovani, delle classi medie e superiori) delle provenienze familiari sui destini sociali delle persone. (2) In altre parole, la consistenza dei vantaggi e degli svantaggi esistenti tra individui di diversa origine sociale, quando competono per raggiungere le collocazioni occupazionali più vantaggiose, non si è affatto ridotta tra i giovani d’oggi. Ne deriva che se, al presente, gli eredi delle classi medie e superiori riescono con minore frequenza di un tempo a ricalcare le orme dei padri, assai maggiore fatica, rispetto al passato, devono fare i discendenti dagli strati inferiori dei colletti bianchi e delle classi operaie per emanciparsi dalle loro origini.
Il secondo fattore che aggrava gli effetti delle ridotte possibilità di mobilità sociale ascendente dei giovani è costituito, un po’ paradossalmente, dalla crescita dei loro livelli di istruzione. Poiché, infatti, sono collocati in posizioni professionali meno qualificate di quelle nelle quali, a parità di istruzione, erano collocati i loro genitori, parecchi di essi vedono disperdersi improduttivamente il loro capitale umano. È anche per questa ragione – oltre che per l’instabilità delle relazioni di impiego e i bassi salari – che da qualche anno a questa parte sta crescendo la quota dei giovani italiani istruiti che cercano impiego all’estero. (3)
Pare evidente che per porre un argine al rischio di scomparsa dalla scena del nostro paese di ogni veicolo di ascesa sociale è necessario porre in essere procedure più meritocratiche di selezione degli aspiranti alle varie posizioni occupazionali e un’organica serie di politiche pubbliche (economiche, lavoristiche, educative, edilizie, di welfare) intese ad accrescere le loro possibilità di emanciparsi da un’eccessivamente lunga dipendenza materiale dalla famiglia d’origine. Se questo non accadesse, si immiserirebbero ulteriormente le aspettative dei giovani rispetto al loro futuro e, con esse, si rafforzerebbero le tensioni che, per effetto della critica congiuntura economica corrente, già percorrono il tessuto sociale del paese.

(1) Marzadro e Schizzerotto, 2011.
(2) Tra gli inizi del XX secolo e quelli del XXI il grado di apertura sociale del nostro paese è aumentato in misura non del tutto trascurabile (Schizzerotto e Marzadro 2008). Ma questo dato non contrasta con quello dell’Istat. Dieci anni sono poca cosa sull’arco di un secolo. E spesso, l’apertura, o la chiusura, dei sistemi di stratificazione sociale non si configura come un processo graduale. Né la maggiore fluidità attuale di quello italiano, implica che l’intensità dei legami intercorrenti tra origini e destinazioni sociali delle persone siano di poco conto. Tutt’altro.
(3) Mocetti (2011).

*Antonio Schizzerotto è stato dal 1993 al 1996 Preside della Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento. E’ attualmente Professore Ordinario di Storia del Pensiero Sociologico presso l’Università Bicocca di Milano. E’ autore della voce “scuola” nell’Enciclopedia delle Scienze Sociali G. Treccani.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/mobilita-sociale-italia-ferma/240419/

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Il video dell’intervento “incriminato”

http://www.youtube.com/watch?v=vcOhz7VCCeE

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