La banalità del male e la memoria salvata.

di Antonella Pierangeli

Pubblicato da Critica Impura il 27 gennaio 2012

Dedicato a tutti coloro che fanno a brandelli i documenti, agli assassini della memoria, ai revisori delle enciclopedie, ai cospiratori del silenzio…

“Comprendere non significa negare l’atroce, dedurre il fatto inaudito da precedenti, o spiegare i fenomeni con analogie e affermazioni generali in cui non si avverte più l’urto della realtà e dell’esperienza. Significa piuttosto esaminare e portare coscientemente il fardello che il nostro secolo ci ha posto sulle spalle, non negarne l’esistenza, non sottomettersi supinamente al suo peso. Comprendere significa insomma affrontare spregiudicatamente, attentamente la realtà, qualunque essa sia“.

(Hannah Arendt, L’origine del totalitarismo)

L’11 aprile del 1961, un uomo di 55 anni, corporatura media, ampia stempiatura, lo sguardo protetto da spesse lenti da miope, compare davanti al tribunale distrettuale di Gerusalemme. L’ordinario completo scuro, la camicia bianca stirata di fresco accentuano l’aspetto anonimo, quasi insignificante dell’imputato.

Un senso di stupore colpisce non pochi dei giornalisti accorsi da tutto il mondo per assistere al processo, perché quell’individuo così inoffensivo nei tratti e nei modi, così rispettoso della forma e delle convenzioni, si chiama Adolf Eichmann, già capo della Sezione IV b 4 del Servizio centrale di sicurezza del Reich, già meticoloso e instancabile regista di tutte di tutte le deportazioni degli Ebrei d’Europa verso i campi di sterminio e le camere a gas.

I quindici capi d’accusa contestano all’imputato l’espropriazione, il trasferimento forzato, la riduzione in schiavitù e l’annientamento, fra il 1939 e il 1945, di milioni di esseri umani. Un’immensa opera d’infaticabile sterminio, irrealizzabile senza la pignola, quotidiana  supervisione di Eichmann il quale, dalla scrivania del suo ufficio, aveva coordinato l’orario di partenza e di arrivo dei convogli della morte, fissato la quota di uomini, donne, bambini destinati volta per volta ai forni crematori, organizzato il recupero dei beni e degli averi di quanti erano stati eliminati.

Al processo Eichmann assistette, come inviata della rivista “New Yorker”, Hannah Arendt, pensatrice inquieta e allieva di Heidegger e Jaspers, esule dalla Germania dopo l’ascesa di Hitler. Una presenza, quella della Arendt, decisiva sotto molti aspetti, perché contiene forse l’analisi più lucida e anticonformista della personalità dell’imputato: Adolf Eichmann, questo grigio ragioniere dello sterminio, non era né un sadico né un dottrinario esaltato, non amava la violenza né, personalmente, aveva mai nutrito sentimenti antisemiti. Semplicemente con lui era apparsa, per la prima volta sulla scena della storia, una nuova figura di criminale, che uccide in maniera burocratica e impersonale, senza odiare minimamente le sue vittime. Un individuo di modesti orizzonti, il cui culto borghese per la rispettabilità, la carriera e la famiglia si univa alla capacità di collaborare, senza dilemmi morali, al massacro di milioni di esseri umani.

E’ proprio in questo modo, che il Male, nel corso del XX secolo, sembrava aver perso i tratti grandiosi e demoniaci dei cupi personaggi shakespeariani, diventando prerogativa assoluta di un’esistenza angusta e “banale”. Infatti, come notava la Arendt, i pericoli di deriva totalitaria delle società di massa, trovano il loro terreno orrendamente fertile proprio nella figura dell’uomo comune della folla, che incapace di esprimere una partecipazione consapevole alla vita pubblica, come il “commesso viaggiatore Eichmann”, sceglie il ventre comodo e accogliente di un apparato di potere, un grado, un’identità e al tempo stesso una rassicurante gabbia di regolamenti cui delegare tutte le decisioni.

Con la sua desolante incapacità di distinguere il bene dal male, Eichmann si era dunque rivelato il banale prodotto di quell’epoca di totalitarismi che in maniera così drammatica giungeva ad annullare il ruolo e la responsabilità dell’individuo nella storia.

Ecco, proprio la “malvagità senza grandezza” di cui parla la Arendt costituisce il sintomo di quella sterilità interiore, incapace di rappresentarsi qualcosa di diverso dall’esistente, che nel segno di una vita parassitaria priva ormai di qualsiasi consistenza e dignità, diviene il segno del Male. Un Male che sfida il pensiero, ma che non ha niente di profondo o demoniaco, poiché quando il pensiero lo affronta cercando di capirlo e di andarne alle radici, non trova assolutamente nulla. Questa è appunto, la sua “banalità”.

Un abisso oscuro e insondabile come la Shoah, che come tutti i genocidi del ‘900 (secolo che in particolare ha condotto alle estreme conseguenze la pratica dello sterminio, come stanno a dimostrare il genocidio del popolo armeno da parte dei Turchi, la liquidazione di milioni di “nemici di classe” nell’Unione Sovietica di Stalin, gli eccidi di massa nella Cambogia di Pol Pot per passare attraverso il mattaioio bosniaco del macellaio Milosevic e i fiumi ingombri di cadaveri nel “lontano” Ruanda) costituisce quindi una sfida per l’etica oltre che, come dice Jankelevitch, un “abominio metafisico”, vale a dire un delitto compiuto contro l’essenza stessa dell’uomo, un’offesa illimitata alla dignità della specie. Crimini, tutti questi, che il diritto internazionale ha potuto descrivere, giudicare, condannare, solo attraverso un concetto giuridico radicalmente nuovo: i crimini contro l’umanità.

C’è però una peculiarità aberrante, a mio parere, nella tragedia della Shoah: è il primo scientifico, meticoloso, massacro amministrativo della storia. Un crimine inedito dunque, in cui l’inesorabile efficacia tecnica della realizzazione ha surclassato e oscurato tutte le altre. Auschwitz è il prodotto di una malvagità pura, ontologica, della specie più diabolica e gratuita che la storia abbia mai vissuto, una malvagità tanto più “banale” quanto più umana.

Lo ripeto, Auschwitz non è un’atrocità di guerra ma un’opera di odio, l’opera di un odio quasi inestinguibile che sentiamo, anno dopo anno, ridursi alle dimensioni di un episodio storico, che inesorabilmente sta sprofondando nel passato, mentre il significato della Memoria si assottiglia dunque sempre di più e scolora, nel sommerso mistero della distruzione che essa porta con sé in un insondabile abisso. Il mostro dell’oblio, che genera morte e offusca la zona chiara dove s’annida la ragione, smangia, a morsi, le costruzioni della coscienza individuale: solo salvando e preservando la Memoria si potrà arrivare ad una forma di liberazione collettiva dall’incombenza dell’orrore.

Levi, Celan, Antelme, Wiesel, Améry, Bettelheim e tanti altri hanno lasciato però una traccia, perché si ripartisse da quel punto per operare un nuovo inizio.

Per molti anni la nostra cultura ha rifiutato l’offerta, di fronte a tante straordinarie esperienze, ha chiuso gli occhi ed ha diretto altrove lo sguardo, più impegnata nel dimenticare che non nel ricordare.

Per fortuna la letteratura, la scrittura, l’arte, hanno in sé la capacità di restare, oltre l’oblio che l’uomo impone, di “esserci” di fronte ad una necessità storica ma anche di fronte ad un paradosso della democrazia, che a furia di rimuovere, di cancellare, sembra oggi offrire, quasi fosse una vittoria della propria libertà e della propria indulgenza, una sorta di libera scelta, quasi fosse possibile in base ai principi di libertà e di tolleranza essere indifferentemente razzisti, nazisti, antisemiti, omofobi. Atrocemente banali, comunemente normali.

Allora proprio le testimonianze vive – ancora una volta impresse sulla carne – ci aiutano e ci accompagnano soprattutto nella trasmissione emozionale della memoria e di quel meccanismo di trascinamento ad impulso, sul quale essa si basa, da sempre, anche come trasmissione di conoscenza.

Un artista, André Elbaz, che ha dedicato al tema della Shoah gran parte della sua opera, così riassume il senso profondo della sua testimonianza: “al di là degli assassinii, dei massacri e delle rovine, sotto l’ammasso di pietre o la stratificazione dei corpi, coloro che si accanirono sulle radici, anche se arrivarono a bruciare e a disboscare migliaia di foreste, a massacrare orrendamente milioni di arbusti e sei milioni di alberi, ebbene, non è stato in loro potere di strappare le radici”.

Questa metafora della radice dell’umano che nessuna violenza può mai veramente strappare, per quanto si sforzi di farlo, è certamente tra le più immediate quando si voglia comprendere il senso della memoria salvata di fronte all’evento spaventoso. L’arte, in altre parole, non può che assumersi questo compito, di rivelare la radice indistruttibile dell’umano, ciò che resiste al peso smisurato della violenza.

Non si tratta semplicemente di rappresentare, perché questo è sempre troppo poco – la rappresentazione della violenza o è insufficiente o è connivente -; si tratta piuttosto di trovare il punto in cui appaiono le radici dell’umano. In questo senso l’arte assume su di sé un compito estremo, antropologico potremmo dire.

La letteratura, l’arte, dunque, raccontano la nostra esistenza che diventa storia, nel momento in cui si fa storia. Ogni evento, ogni individuo, ogni sentimento, strappato alla particolarità quotidiana di chi l’ha vissuto, diventa un discorso comune, parola di tutti perché a tutti appartiene, perché ognuno ha il diritto di far proprie quelle parole, di riviverle come se le avesse vissute realmente, di riprovare quelle sensazioni come se gli fossero appartenute fin dall’inizio.

La letteratura ha questa forza straordinaria di rendere comune quel che è privato, di mettere a disposizione di tutti quel che altrimenti resterebbe muta esperienza individuale. Ma non è tutto.

La letteratura è la nostra memoria. Non soltanto perché essa ricorda al di là dei tempi quel che noi non potremmo ricordare, quel che, venuti meno i protagonisti, non sapremmo più come rendere vero, ma soprattutto perché essa ci offre una memoria carica di sapienza, di passioni, di emozioni; non un archivio di dati ordinatamente raccolti, ma un paesaggio vario e complesso, ove i monumenti si susseguono e le tracce di quel che è stato – ora grandi, ora piccole, ora di indistruttibile pesantezza, ora di inconsistenti leggerezze – sono lì a disposizione di chi voglia intraprendere questo cammino.

“La vita ha perso contro la morte, ma la memoria vince nella lotta contro il nulla”: così Todorov definisce la vittoria del ricordo e della testimonianza.

Nel secolo dei genocidi, affermiamo con forza che la tragedia della Shoah, di tutte le catastrofi e di tutte le distruzioni, non è un prodotto della barbarie ma dell’uso perverso della modernità, sostenuto da un progetto che prefigura un nuovo ordine, una nuova felicità per l’umanità, nel dispregio di quella realtà più debole e imperfetta che è la democrazia. Oggi noi sappiamo che nessun ordine futuro legittima il sacrificio anche di un solo uomo.

Ma il problema è quello di verificare se abbiamo imparato a leggere, a capire e quindi a reagire in quei contesti in cui si tenta di disumanizzare l’altro, o se siamo in quella “zona grigia” dove continuiamo con i nostri comportamenti normali, di fronte a situazioni anormali.

Lavoriamo allora sulle memorie dolorose dei singoli, assolutamente irripetibili, con perseveranza e coraggio, ma soprattutto senza timore d’incontrare l’inimmaginabile, l’intollerabile. Accettiamo di custodirne invece la Memoria, affinché non si realizzi una società in cui regni l’indifferenza e l’anestesia della coscienza, che non significano mai innocenza.

http://criticaimpura.wordpress.com/2012/01/27/27-gennaio-1945-27-gennaio-2012-la-banalita-del-male-e-la-memoria-salvata/

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