Maya, la loro vera fine del mondo

Maya, la loro vera fine del mondo
in una guerra a bassa intensità

Quindici anni fa (22 dicembre 1997) la strage di Acteal dimenticata dai media di tutto il mondo. Vittime 45 indigeni tzotziles (quindi Maya) del Chiapas, nel Sud-est messicano. Riuniti in preghiera, chiedevano pace, libertad, justicia y dignidad, ma furono crivellati di colp. Facevano parte di un’associazione pacifista, Las Abejas.

Il reportage di allora su La Repubblica.

Il ricordo tratto dal sito di Altreconomia

di LUCA MARTINELLI e GIULIO SENSI *

Maya, la loro vera fine del mondo  in una guerra a bassa intensità

 MILANO – Il 22 dicembre del 1997 la furia dei gruppi paramilitari si scagliò sulla piccola comunità di Acteal, nella zona degli Altos del Chiapas. Era in corso una “guerra di bassa intensità”: da una parte l’esercito messicano e gruppi paramilitari, dall’altra l’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), l’esercito indigeno che nel gennaio del 1994 si era sollevato in armi per chiedere dignidad, justicia y libertad per le comunità indigene del Chiapas.


Massacrati nel silenzio delle autorità.
Le vittime del massacro di Acteal, 45 indigeni assassinati senza che nessuna autorità pubblica muovesse un dito, non erano zapatisti, però. Facevano parte di un’associazione pacifista, Las Abejas, nata cinque anni prima, e quasi alla vigilia di Natale erano riuniti in chiesa a pregare per la pace. Las Abejas è nata seguendo il lavoro della Diocesi guidata dal vescovo Don Samuel Ruiz, il Tatik (padre, in tzeltal) degli indigeni, scomparso quasi due anni fa, e da vent’anni si batte senza armi per gli stessi obiettivi degli zapatisti: la pace con dignità. Quel 22 dicembre il tempo si fermò. Non solo in Chiapas, non solo nel Messico, ma in tutto il mondo. E anche in Italia, un Paese che era – allora – capace di indignarsi, e di fare qualcosa per le ingiustizie del Pianeta. Se ne discusse alla Camera, con un’interrogazione promossa dall’onorevole Ramon Mantovani.

Il reportage di Repubblica 15 anni fa. Ne scrissero, quasi immediatamente, i grandi giornali: “Gli squadroni della morte arrivano con il buio – scrisse il 6 gennaio ’98 Carlo Pizzati, inviato a San Cristobal de Las Casas per la Repubblica – appena si spegne il sole, dietro le ultime montagne del Chiapas, tra i contadini di molte contrade appollaiate sui monti al confine con il Guatemala, s’insinua una paura tangibile che si materializza in due parole: la Maschera Rossa. I gruppi paramilitari della provincia di Chenalho, dov’ è accaduto il massacro di Acteal, si sono soprannominati così. Da mesi terrorizzano le basi d’appoggio degli zapatisti con una tecnica molto nota. Con la complicità della notte – si legge ancora su Repubblica di 15 anni fa – calano sui villaggi, rassicurati dalle loro uniformi scure e dai loro AK-47, e seminano paura, maltrattano, saccheggiano, rubano ed esigono quell’assurda ‘tassa di guerra’, che qui gran parte dei campesinos si rifiuta di pagare”.

L’impunità è scena nell’oblio.
La risposta più importante, però, venne dai molti attivisti che reagirono dando corpo a una stagione di solidarietà con gli indigeni del Chiapas oggi ridotta al lumicino: le testimonianze della mattanza mossero la solidarietà, che niente ha potuto di fronte alla mancanza di giustizia: dopo periodi di detenzione troppo brevi, molti dei responsabili della strage girano ancora liberamente per la regione e la loro liberazione ha facilitato il riformarsi di alcune bande paramilitari così utili alla strategia di contro-insurrezione del Governo federale e di quello del Chiapas. È la stessa impunità che vivono gli autori di altre stragi che insanguinarono la stagione della repressione, come quella della comunità di El Bosque, sempre negli Altos de Chiapas. L’impunità è scesa nell’oblio, la lotta per la giustizia no.

La miopìa dei media italiani. Per i media italiani, specie quelli mainstream, oggi il Messico “pesa” solo in quanto narco-Stato e per il problema dei femminicidio. È passato in secondo piano il tema dei diritti umani, e in particolare quelli delle popolazioni indigene, che pure dovrebbero essere tutelati anche in virtù dell’Accordo di libero scambio firmato dall’inizio del millennio dal Messico e dai Paesi dell’Unione europea. Noi, però, non abbiamo dimenticato Acteal. Non possiamo farlo. Se oggi leggete le nostre firme su Altreconomia, o i nostri nomi come animatori di associazioni ed esperienze di movimento, è perché nel dicembre del 1998, un anno dopo, incontrammo un “testimone” della strage, che ci raccontò il peso dell’ingiustizia. E ci spinse a lavorare al suo fianco, per cambiare le regole.

Guardate la vera notizia. Oggi chiediamo anche a voi di farvene carico: in questi giorni, anche in Italia, ogni mezzo d’informazione e di comunicazione è invaso da articoli che riflettono (a vanvera) della “profetica” scadenza della fine del mondo annunciata dai Maya. A tutti chiediamo di alzare lo sguardo e guardare ad una vera notizia, l’ingiustizia e l’impunità di chi seminò morte e terrore in un popolo di pace che chiedeva solo rispetto e dignità. Invece che alla “fine del mondo” potremmo contribuire all’inizio di una nuova stagione, per non far inghiottire la giustizia da un enorme buco nero.

* Luca Martinelli e Giulio Sensi sono, rispettivamente, redattore e collaboratore di Altreconomia

(20 dicembre 2012)

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