I giusti dell’Islam

184993_1851873665704_3144719_nLa celebre frase del Talmud «Chi salva una vita salva il mondo intero», compare anche nel Corano. Circa 22 mila «Giusti tra le nazioni», tra i quali figurano anche quelli di settanta musulmani.

di Paolo Branca

I figli di Abramo – ebrei cristiani e musulmani – hanno spesso mostrato nel corso del tempo di avere ben scarsa consapevolezza di questa loro radice comune, giungendo a sviluppare talvolta forme di tensione e di conflittualità anche estreme, sfociate in drammatiche conseguenze delle quali, come quasi sempre accade, hanno pagato il prezzo i più deboli e indifesi, ossia chi si è trovato di volta in volta ad essere il diverso, la minoranza, l’infedele di turno.

Da questo punto di vista, la Shoah ha rappresentato senza dubbio la manifestazione più parossistica di quanto, prendendo a pretesto l’appartenenza di un presunto nemico a una determinata religione, si possa giungere alla totale negazione dei caratteri costitutivi e imprescindibili della stessa natura umana. Non sarebbe tuttavia onesto dimenticare che, proprio in quella tenebrosa pagina della storia, taluni hanno saputo davvero eroicamente rendersi testimoni di valori assoluti, non certo a dispetto ma in forza della propria fede vissuta senza ambigui particolarismi.

Gli stessi discendenti delle vittime della Shoah hanno avvertito l’esigenza di salvare dall’oblio queste storie straordinarie, come dimostrano i nomi dei circa ventiduemila «Giusti tra le nazioni» censiti dallo Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme, tra i quali figurano anche quelli di settanta musulmani. Essi, in nome dei principi stessi dell’islam, si adoperarono per salvare la vita ad alcuni ebrei durante la persecuzione.

La celebre frase del Talmud «Chi salva una vita salva il mondo intero», compare infatti anche nel Corano. Per far conoscere queste vicende anche al pubblico italiano, il PIME ha realizzato quest’anno una mostra intitolata «Giusti dell’islam», che in 25 pannelli ne ricorda i protagonisti: due bosniaci, tre albanesi, due diplomatici turchi e un iraniano, ma anche un arabo (il tunisino Khaled Abdelwahhab) che lo storico ebreo americano Robert Satloff ha proposto ufficialmente allo Yad Vashem come candidato ad essere incluso tra i «Giusti tra le nazioni».

La sua ricerca è cominciata dopo l’11 settembre e lo ha condotto a soggiornare a lungo nei paesi arabi per raccogliere testimonianze di una realtà che paradossalmente sembra imbarazzare entrambe le parti in causa. Dopo la nascita dello stato d’Israele e in seguito al conflitto che ne è derivato, infatti, potrebbe sembrare stonato enfatizzare simili episodi che invece, a ben guardare, aiutano a vantaggio di tutti a tenere presente che non si tratta affatto di una guerra di religione, ma di una disputa tra due nazionalismi che solo incidentalmente si rifanno a fedi diverse, del resto strettamente imparentate.

Nel libro e nella mostra sono inoltre documentati avvenimenti recenti che si pongono sulla stessa linea: la realizzazione di un museo della Shoah aperto a Nazareth da un avvocato musulmano, il pellegrinaggio interreligioso ad Auschwitz promosso nel 2003 dal sacerdote greco-melkita Emile Shoufani e la donazione degli organi di un ragazzo palestinese
ucciso a Jenin a favore di beneficiari israeliani.

Anche nell’altro senso sono accaduti fatti analoghi, ben poco rimbalzati sui media, come altre donazioni di organi o l’impegno dell’organizzazione umanitaria ebraica di Sarajevo “La Benevolencija” ; che ha aiutato con cibo, medicinali e vestiario tutti, indipendentemente dalla loro confessione religiosa, e ha assistito nell’evacuazione ben millecinquecento persone non di religione ebraica, molte delle quali musulmane.

Libro:
Robert Satloff, Tra i giusti. Storie perdute dell’Olocausto nei paesi arabi, Marsilio, Venezia 2008, p. 275, euro19, 50.

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