Relativismo

295493_2283012403903_7996443_nE’ il contesto che spiega le differenze tra le culture e non – come si faceva e si continua a imporre da qualche antropologo, molti missionari, quasi tutti i politici – quello che è stato chiamato etnocentrismo: ovvero mettere al centro il proprio sistema valoriale e periferizzare tutti gli altri.

L’attacco del giorno prima, ultimo giorno in cui Ratzinger è cardinale, a relativismo e sincretismo rende manifesto nella sua esplicita brutalità il disegno politico-culturale del nuovo papato. Questa latenza è rimasta frenata o meglio controllata a distanza con “discreta” sapienza paterna durante Giovanni Paolo II ed ora esplode come minaccia e come manifesto. Siccome entrambi i concetti hanno una specificità antropologica, vorrei tentare di capirne il senso anche attraverso ricerche in corso.
Il relativismo. Nel suo significato culturale (che ha una sua autonomia e anche intrecci con quello scientifico della relatività), tale termine viene coniato intorno agli anni 20-30 negli Stati Uniti a partire da Franz Boas e da Herskovitz. Ma già il primo “vero” antropologo, Malinowski, che inventa l’etnografia come ricerca empirica sul campo, afferma con chiarezza che il metodo consiste nel «cogliere il punto di vista nativo». Questa proposizione è il cardine del relativismo storico. In essa si afferma il principio basilare che valori, norme, comportamenti, abitudini hanno un loro significato all’interno della cultura di appartenenza del soggetto. E’ il contesto che spiega le differenze tra le culture e non – come si faceva e si continua a imporre da qualche antropologo, molti missionari, quasi tutti i politici – quello che è stato chiamato etnocentrismo: ovvero mettere al centro il proprio sistema valoriale e periferizzare tutti gli altri.

Da questo ne consegue che i valori non sono universali, bensì decentrati, cioè relativi a determinati contesti, dove si praticano differenze culturali, le cui traduzioni nei vocabolari europei – anziché presunta oggettività – hanno prodotto fraintendimenti conflittuali, assorbimenti identitari, tradimenti valoriali. Se si traduce Exù – divinità della religione afro-brasiliana – con “diavolo”, si compie una operazione di violenza coloniale che distorce totalmente la cosmogonia del Candomblé.

Oltre a questa elementare quanto decisiva “scoperta” della prima antropologia, Herskowitz si impegna in prima persona – scelta che ogni antropologo dovrebbe fare qui ed ora – su due fronti tra loro correlati: affermare empiricamente il valore autonomo della cultura africana e africano-americana; contrastare la diffusione crescente in Europa e anche negli Stati Uniti di un razzismo che pretendeva di affermare valori universali basati su presunti paradigmi scientifici sulla gerarchia della cosiddette “razze”. L’antropologo scende in campo non per difendere “il punto di vista nativo”, quanto per confliggere radicalmente contro l’orrore che sommergerà l’intero scenario mondiale col nazifascismo. Quindi il relativista Herskowitz prende posizione: non assiste come un’anima bella al “localismo senza pietà” di un Bossi o all’universalismo implacabile di un Ratzinger. Entrambi più complementari di quanto si possa immaginare.

Le guardie svizzere attuali non sono i relativisti vecchi o nuovi: sono i simmetrici scienziati sociali che non si esprimono contro la ripresa di un nuovo totalitarismo religioso monoteista.

La cosa assurda è che la riflessività antropologica contemporanea più critica e innovativa (il che vuol dire degli ultimi 20 anni) da tempo ha posizionato il relativismo su presupposti del tutto diversi da quelli “classici”. E non certo per evitare l’accusa che normalmente veniva rivolta di non prendere posizione: se tutte le culture sono “buone”, allora che dire di sacrifici aztechi, tagli di teste Ilongot, infibulazioni, clitoridectomie, sessismi ecc.? E che dire di Auschwitz? L’assurdità di questo modello retorico della “critica” dovrebbe essere chiarissima per tutti. Infatti, il nuovo relativismo: sposta l’interpretazione di una cultura dalla traduzione etnocentrica alla visione del mondo del soggetto portatore di quella stessa cultura: è un metodo non una dottrina; confligge pubblicamente contro gli universalismi di stampo razzista e fascista, conviventi e conniventi con il cristianesimo monoteista omogeneizzante: prende posizione, non è neutrale; valorizza le differenze culturali contro ogni universalismo normativo: decentra e pluralizza lo sguardo, non lo allontana; rivolge la critica all’interno della cultura dell’antropologo svelandone i meccanismi di potere e autorità: torna a casa, non è esotismo; trasforma il concetto di relativismo in dialogica: ascolta l’altro e si ascolta, non è assolutismo.

Questo nuovo relativismo – sulla base di un celebre articolo di Clifford Geertz contro l’antirelativismo (1986) – porta avanti una molteplicità intrepretativa basata proprio sulla dialogica, anzi sulla polifonia inter e intra-testuale che si sviluppa anche con profonde tensioni tra ricercatore, nativo e lettore. Cioè quello che era solo un “osservato” ora diventa a sua volta osservatore che interpreta non solo se stesso e le proprie diversità culturali, ma anche l’altro. Emerge da questa sfida l’auto-rappresentazione che ogni soggetto “altro” esprime dialogicamente anche in conflitto con l’etero-rappresentazione. Insomma i Bororo che Lévi-Strauss vedeva come tristi e in via di sparizione sono più vivi che mai. Dal mio recente viaggio proprio nella celebre aldeia di Meruri (Mato Grosso) ho potuto verificare come il conflitto che emerge ruota intorno alle rivendicazioni da parte dei Bororo sulle loro autonome ritualità religiose contro i Salesiani che continuano a imporre le loro regole anti-relativiste. E non è casuale che l’uso autonomo e decentrato delle nuove tecnologie comunicazionali fa la differenza. I Bororo hanno un’arma in più rispetto ai tempi di Lévi-Strauss: video, pc, internet.

Antropologi, giornalisti, missionari, turisti non hanno il monopolio tecnologico di rappresentare l'”altro”, razzializzato di volta in volta come come primitivo, selvaggio, esotico, nativo.

Che il relativismo attribuisca eguale validità a tutti i sistemi di valori, rendendo impossibile ogni giudizio morale, è pura ideologia propagata da tutti i sistemi generalistici e totalizzanti. E totalitari. Si inventa una figura retorica “nemica” per attaccarla meglio. «Non è necessario scegliere, anzi è necessario non scegliere, tra un cosmopolitismo pieno di contenuti e un campanilismo senza pietà: nessuno dei due ci è utile per sopravvivere in un collage», dice proprio Geertz.

***

E ora veniamo al sincretismo. La dichiarazione anti-sincretica di Ratzinger è ancora più aggressiva e totalizzante, direi persino priva di ogni riflessione storica, nel suo ultimo discorso da cardinale: il sincretismo nel suo significato religioso (e non filosofico del passato o culturale del presente) ha significato la sopravvivenza da parte di milioni di persone ridotte in schiavitù. Infatti, quando gli africani furono condotti nelle Americhe per lavorare nelle minere o nelle piantagioni, i colonialisti – tutti cristiani anti-relativisti – non vollero solo i loro “corpi” come forza lavoro da utilizzare, bensì anche le loro “anime” da salvare. Mutilare i loro corpi con la mordacchia e salvare le loro anime faceva parte dello stesso sistema etico universale. Le mordacchie sono quegli strumenti di ferro che si mettevano a eretici, schiavi, animali per addomesticarli: tutti e tre non hanno bisogno di parlare in quanto sono affini alle bestie. Giordano Bruno muore bruciato con questo strumento di tortura tra i denti che arruginisce le parole e arroventa gli occhi, come per gli amici di Sethe nel meraviglioso romanzo di Toni Morrison Amatissima.

E allora queste persone – ridotte a condizione di schiavi – ebbero un unico modo per sopravvivere: adorare pubblicamente e formalmente le divinità cristiane, che in profondità erano appunto “sincretizzate” con le divinità di origine africana loro proibite. Yemanjà e la Madonna. Insomma questo tipo di sincretismo ha significato per secoli le complesse modalità di sopravvivenza mistica e quotidiana di milioni di persone arrivate dall’Africa. E ora queste invenzioni sono viste dal democratico cattolicesimo ratzingeriano come il diavolo, cioè come “dittatura del relativismo”. Ma Exù non è il diavolo: è il bambino divino che sa dire no, che attraversa spazi e sessi, che è irriducibile alle regole e al potere. Non è il dio delle radici (roots) ma degli itinerari (routes).

E allora l’attacco è contro il sincretismo attuale (quello culturale e non tanto religioso, tantomeno filosofico), in quanto favorisce l’intreccio mutante, fluido e plurale di tratti culturali diversi. Il sincretismo culturale è la dialogica trasformata in polifonie mutanti, identità molteplici, ibridazioni irregolari, linguaggi inediti. Altro che relativismo nichilista…

I sincretismi non sono una superficiale mescolanza di credenze, filosofemi, superstizioni: sono stati a lungo (nel senso religioso) un mezzo di sopravvivenza contro le etiche universali della religione cattolica. Ora che ogni religione (tra cui il Candomblé afro-brasiliano) dovrebbe essere riconosciuta valida nella sua dialogica con le altre, il sincretismo religioso ha sempre più un significato minore, mentre ciò che si diffonde con gli intrecci più innovativi e mutanti sono i sincretismi culturali ovvero le culture ibride viste finalmente come progressive, sperimentali, desideranti di alterità.

Se nell’ultimo giorno da cardinale si scatena contro sincretismi e relativismi, Ratzinger attacca ciò che lui considera osceno: “io-voglio”, ovvero la desiderante multi-vidualità che non riconosce più il dominio universale di una etica. Dell’etica Una.

Polifonie sincretiche contro il monologismo totalizzante. Ciascuno rifletta: se si affermasse quest’ultimo, ne discenderebbe che nelle università si dovrebbe insegnare che i Bororo, i Maya, i Dogon, i Balinesi si devono sottomettere all’universalismo religioso e gettare nell’oblio i loro supertiziosi relativismi sincretici. Non solo: che io come antropologo quando tornerò tra i Bororo dovrò contribuire a convincerli che il loro tradizionale funerale è espressione di una dittatura relativista e che sarebbe ora che accettino solo quello cattolico.

Riporto quello che è accaduto proprio pochi mesi fa in quello stesso villaggio: i Bororo portarono la bara del defunto nella chiesa salesiana, per sottomettersi ai valori egemonici dell’Occidente. Solo che era vuota. Il cadavere stava nel fiume, per essere lavato con amore da parenti ritualmente prestabiliti, colorato e impiumato per assumere il rango di antenato. E così pacificato. Una volta scoperta l’astuzia, le bare dovranno essere portate aperte dentro la chiesa, con il morto ben in vista per tutti. Questo è il messaggio evangelico anti-relativista e anti-sincretico che ha fatto tabula rasa della teologia della liberazione.

Massimo Canevacci
Roma, 28 aprile 2005
da “Liberazione”

Relativismo e sincretismo, un antidoto contro i totalitarismi
http://www.spazioamico.it/Relativismo%20e%20sincretismo.htm

Dogmatici e relativisti
http://pesanervi.diodati.org/pn/?a=97

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