Sallusti e la palombella rossa – Ovvero: dell’importanza delle parole ma anche del metodo.

261962_4671710919873_95559441_n“Non so cosa fosse scritto in quell’articolo, ma non dubito che fosse diffamatorio, vista la normale linea Sallusti. Però ora non m’interessa, perché ciò che conta è il principio”. In questa apparentemente innocua dichiarazione sta tutta la crisi di sfiducia degli italiani verso la loro stampa. “E’ il principio che conta. Non so cosa fosse scritto in quell’articolo”. Niente di male se a scriverlo non fosse stato chi, denunciando lo stato della stampa italiana, aveva intitolato la sua testata “Il Fatto” per alludere, appunto, alla scomparsa dei fatti dalle pagine dei giornali nazionali. Niente di male, dicevo, se a scriverlo non fosse chi – taccuino alla mano – è stato capace di ricostruire le più intricate vicende giudiziarie di questi anni. E niente di male se sono arrivati messaggi di solidarietà al direttore da numerosi esponenti del centro destra. Non mi avrebbero turbato nemmeno da sinistra. Niente di male se tutti hanno espresso parole di biasimo per la legge che potrebbe mandare in carcere Sallusti. Anche se, viene da pensare, quella legge ha finito per ritorcersi contro i suoi stessi sostenitori. Ma si sa: le opinioni cambiano a seconda delle circostanze e, soprattutto, del contesto. Si sa: in Italia gli schieramenti hanno preso tutto lo spazio del dibattito pubblico e politico dividendo inesorabilmente l’opinione in pro e contro. Senza sfumature, senza dubbi, senza più sete di domande.

L’Italia è l’unico paese europeo dove un giornalista rischia il carcere per ciò che scrive” si poteva leggere in questi giorni. E detta così suona davvero male. Che poi la Fnsi definisca il caso “sconvolgente” fa davvero pensare. “Una sentenza inquietante” è stato un altro dei titoli in voga.

Libertà di stampa, democrazia, diritto d’opinione e quant’altro sono espressioni (e sottolineo espressioni) che si sono rincorse per almeno sei giorni da una testata all’altra rendendo la vicenda sempre più rovente.

In effetti tutto ciò è stato veramente esemplare. Ma non per le opinioni che venivano espresse, né per le testate che parteggiavano per l’una o per l’altra soluzione. La vicenda è stata esemplare per un semplice, banale e perfino stupido dato di fatto: fino ad oggi – a sei giorni di distanza dall’esplosione della bomba mediatica – pareva che nessuno si fosse preoccupato di andare a ripescare l’origine di tutto: l’articolo in questione che titolava “Il giudice ordina l’aborto”. Ora, io capisco le ragioni dei giornalisti che in tal modo si sentono sotto pressione, capisco i timori e le difficoltà: come si dice dalle mie parti “gli sto nel cuore”. Ma mi pare che ci si dimentichi di un’evidenza lapalissiana: gli operatori della stampa sono al servizio dei lettori che li leggono. E il primo dovere di chi fa informazione dovrebbe essere di dichiarare la storia nuda e cruda che ha dato l’avvio a tutta la vicenda. Senza questo piccolo, piccolissimo dettaglio ogni notizia diventa incomprensibile e indecifrabile.  E ingenera convinzioni erronee come quella che un giudice possa costringere una minorenne ad abortire. Tutte le opinioni sono lecite e lecitamente “opinabili” – lo dice la parola stessa – ma rischiano di diventare puro flatus vocis se non si appoggiano a qualcosa di solido e concreto: le fonti per esempio.

Ora, gli storici hanno un’abitudine professionale che li obbliga a un rapporto severo con le fonti. E non è affatto il gesto compulsivo di quegli ossessivi costretti a mettere tutte le penne in fila prima di cominciare a scrivere. L’ordine, nel mestiere intellettuale, ha i suoi ragionevoli perché e se gli storici hanno un approccio preciso alle fonti è perché proprio da questo dipende la qualità e la credibilità del loro lavoro.

Anzitutto chiariscono cosa siano le fonti organizzandole in una sistemazione metodologica.

Prima, in ordine cronologico, ci sono le fonti primarie e poi le fonti secondarie. Non è tanto una gerarchia d’importanza quanto un modo di mettere ordine nella propria scrivania mentale: i fogli sparsi e disordinati finiscono spesso per essere inservibili.

Le fonti primarie sono documenti (o informazioni) elaborate vicino all’evento in questione.

Quelle secondarie sono fonti derivate, ovvero opere che riportano le fonti primarie ma non si collocano più così vicino all’evento in questione. Come un libro di storia che tratta un determinato argomento a partire da una fonte primaria. Il buono storico sa quand’è il caso di usare il libro e quando la fonte. Sa che c’è differenza. E sa che le fonti primarie sono imprescindibili. Salvo il caso che siano inaccessibili e allora si appoggia a fonti secondarie valutandone l’attendibilità e comunque leggendone testo e contesto.

La natura delle fonti primarie dipendo dal tema che si sta analizzando. Per esempio parlando di un caso giudiziario che ha preso l’avvio da un articolo giornalistico, si capirà bene come l’articolo giornalistico sia la prima cosa da andare a vedere. L’articolo, e non le opinioni espresse da altri o le posizioni prese dalle varie testate. Anche perché la natura delle fonti va scelta in relazione al tema del dibattito. Ad esempio, nel caso Sallusti non si capisce perché, invece di puntare subito all’oggetto di interesse, l’articolo di Libero (peraltro disponibile presso qualsiasi emeroteca o nelle rassegna stampa della Camera), si sia tirata in ballo la Costituzione (con un più o meno esplicito richiamo alla libertà di stampa), la politica internazionale (con paragoni più o meno espliciti con regimi vari), i diritti umani (evocando la questione della libertà d’opinione) e chi più ne ha più ne metta. Attenzione: non dico affatto che questo sia sbagliato, in sé, ma affermo semplicemente che un qualche metodo di lavoro va osservato. Altrimenti i rischi ci sono davvero, e grossi, di deformare l’evento nella misura in cui è utile per farlo convergere con la nostra opinione pregressa. Prima si dovrebbe osservare l’evento e descriverlo: dopo, solo dopo, si dovrebbe dare spazio alle considerazioni di qualsiasi genere. Ad esempio, ci sono voluti giorni ai lettori per capire che il dibattito non era centrato né punto né poco sulla legittimità dell’opinione espressa dal Dreyfus sulla pena di morte. E tutt’ora non risulta chiaro che il punto sono le false informazioni riportate nell’articolo facendole passare per verità assodate. Qui non era in gioco la legittima espressione di un’opinione, qualunque essa fosse, bensì la legittimità di scrivere cose “false” e non semplicemente “sbagliate” come il Dreyfus, pentito, si è premurato di confessare in camera caritatis. “Non è l’argomento è l’espressione – diceva qualcuno – Dove la è andata a prendere questa espressione?”. Ed erompeva in un liberatorio e rivelante urlo indirizzato al di sopra di tutti i sofismi: “Le parole sono importanti. Ma come parla?”

Eh sì: Ma come parlate? Di cosa parlate? Che cosa volete raccontare? Siete sicuri che state parlando con noi? Perché se è vero che la stampa ha i suoi diritti anche i lettori ne hanno. Primo tra tutti quello di potersi fare un’opinione e credere ai fatti che gli vengono raccontati.

Ilaria Sabbatini

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