I piedi e le stelle

185087_4544704264786_153625233_nSi è stabilito tra feroci persone dabbene, scriveva Sartre del protagonista della sua nausea. “Feroci persone dabbene” è un’espressione che mi ha sempre colpito: “dabbene” cioè ammodo, moralmente rette, oneste. Sarà che non mi sento poi così “dabbene” ma questo paese e i suoi pretesi interpreti mi suscitano una nausea sempre più forte. Ieri è morto Martini, un vescovo cattolico. Molti lo ritengono un grande uomo altri no. Ma non è questo che mi interessa: i miei giudizi personali non contano per dove voglio arrivare. E voglio allontanarmi da queste valutazioni per arrivare a quel territorio della coscienza in cui si può scrivere disinvoltamente “teologo dell’indifferenza e del relativismo” come ha fatto Ferrara elefantino sì, di opportunismo (ma, fatte le dovute proporzioni, anche “se sei un cardinale lo puoi fare se sei un cittadino comune, no” come se la colpa fosse proprio di quel cardinale). Ebbene quel terreno è la mia nausea. Perché NON ci vedo l’ombra del dubbio, della ricerca, della volontà di comprensione. Non importa che si tratti di una ragazza in come irreversibile, di un anziano giunto al termine della sua malattia o di un uomo che vuole essere liberato dalla sua sofferenza. Noi non li ascoltiamo più. Ognuno di noi dice la sua verità pensando di farsi interprete di tutte le verità possibili, pretendendo che la propria sia quella incontrovertibile. Anch’io ho la mia verità. Anch’io ho la mia idea sul rapporto tra qualità e durata della vita. Verità che è stata passata al vaglio delle prassi. E non la dirò, la mia verità. Non adesso. Perché adesso non è quello che conta. Adesso, per me, conta la terza opzione, quella sempre più schiacciata dall’ossessiva necessità di prendere posizione contro l’uno o contro l’altro, comunque sempre contro qualcuno. Alla fine una discussione vana che, perdendo di vista l’essere umano, diventa astratto esercizio privo di emozione, privo di bellezza, privo di profondità. A me non interessa seguire le vie tracciate: è talmente noioso che mi sembrerebbe di buttare via il tempo. Mi interessa cercare nel muro compatto di opinioni la finestra trasparente del dubbio. Mi interessa solo ciò che mi sorprende, che mi costringe a rivedere le mie posizioni per non rimanere soffocata da una me stessa sempre uguale a me stessa. Ieri come l’altro ieri, oggi come ieri, domani come oggi. No, per me non ne vale la pena. E non ne vale la pena di prendere parte a questo gioco monotono del tutti contro tutti. Fatevelo voi, a me non piace, mi sembra di essere nella peggiore prigione possibile: quella mentale. Ci manca la grandezza, quella che, nel lontano ’95, faceva dire a un prete cattolico morente che in certe notti di dolore ha capito chi pensa all’eutanasia perché altro è parlare da fuori, altro è essere nel centro della sofferenza. Quella grandezza che oggi fa dire a uno scienziato ateo di guardare alle stelle e non alle proprie scarpe: “Look up at the stars and not down at your feet”. Noi guardiamo alle nostre scarpe anche quando abbiamo le stelle davanti al naso. Sono lì, sono persone e storie che ci stanno parlando inascoltate. E io sono nauseata. Perché non sopporto più questo odore di muffa e di chiuso. L’odore di chi si porta addosso la morte più dei comatosi e dei terminali. Di chi non riesce a vedere gli uomini, siano essi arcivescovi o ragazze ventenni, nella loro interezza, nella loro complessità. Non sopporto più questo teatrino in cui le vite e le morti sono ridotte a pupazzi in mano a opinionisti e politici che presto le buttano in soffitta come un giocattolo rotto. Non sopporto più questa mancanza di compassione, questo pienezza di rabbia. Questa incapacità di porsi perfino il problema che ci possa essere un’alternativa.

Ilaria Sabbatini

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