Draquila: pillola rossa, pillola blu.

1798_ppdi Ilaria Sabbati per La linea dell’occhio

Cos’è che lega il documentario di Sabina Guzzanti all’ormai mitico film Matrix? Semplicemente il rapporto tra realtà percepita e realtà oggettiva. Anche se non posso esimermi dal puntualizzare che la fede nell’oggettività è un puro mito al pari di qualunque altra religione rivelata: cambia soltanto la figura del divulgatore.

Draquila è un film sulla realtà, un metalinguaggio sul linguaggio mediatico che fa interagire interviste di prima mano con gli spezzoni di video che ormai tutti conosciamo. La regista raccoglie con paziente fatica le interviste degli aquilani. Quelli beneficiati dalla miracolosa ricostruzione e quelli che sono ancora in attesa della grazia. Quelli riconoscenti e quelli ingrati, quelli soddisfatti e quelli che si lamentano. Pillola rossa o pillola blu.

Forse la mia lettura è troppo tranchant ma non lo è il film che accetta anzi di confrontarsi con tutte le opinioni. Gli entusiasti sostenitori del benefattore unico (individuato nel presidente del consiglio) e quelli che avanzano dubbi. Tutte storie che valgono la pena di essere ascoltate e capite.

Bondi non ha sbagliato a denigrare il film. Perché in effetti è uno sguardo disincantato e attento alle vicende umane come non lo si vedeva da tempo. Un film che colpisce, in un verso o nell’altro, a prescindere dalle proprie convinzioni politiche.

Intendiamoci: il lavoro ha pecche e difetti (tecnici). Ma la storia che racconta è talmente inedita che tutto il resto è trascurabile e di fatto scompare inghiottito dal flusso di un racconto che ho avuto la sensazione di ascoltare per la prima volta. Voi forse lo sapevate che lo sciame sismico precedente al terremoto è durato quattro mesi, io no. Come non sapevo, stordita dal polverone mediatico, della storia così piccola del direttore di un giornale locale che nel sisma ha perso entrambi i suoi figli. Convinto dalle rassicurazioni della protezione civile non solo ha divulgato l’incoraggiamento a non abbandonare le case tramite la sua testata ma consolato i figlioli rimettendoli a letto dopo la scossa di mezzanotte, quella che ha preceduto il disastro.

Si rimane basiti a sentire tutte le vicende che nell’arco del tempo ristretto del film vengono raccontate. Il grande si intreccia al piccolo, la politica alle storie quotidiane, il profitto al destino di vita o di morte di una comunità. L’Aquila, oggi, è una città fantasma: ci abita un solo cittadino, che ha rifiutato di evacuare la propria casa. Con tremila euro ha rimesso al posto l’abitazione, dove continua a vivere con i suoi libri e i suoi gatti. Gli altri no, hanno avuto destini vari. E quello che colpisce non è tanto il due terzi di popolazione a tutt’oggi senza casa ma proprio quell’un terzo di fortunati che stanno pagando un prezzo piuttosto alto per la loro buona sorte. Qualcuno è contento e mostra con orgoglio un arredamento che sembra proprio quello del Grande Fratello. Non mi metto a sindacare su questioni di design ma sorprende vedere gli interni così simili a quelli di un reality, con tanto di messaggio personalizzato da parte del benefattore e le televisioni famigliari curiosamente tutte sintonizzate sullo stesso gioco a premi di canale cinque. Questi ospiti godono per un pò la favola dell’appartamento di lusso perché quella casa la dovranno riconsegnare, con tutti i pezzi che hanno trovato dentro, dalle mestole alle lenzuola. Ed è preferibile – è stato detto loro – che non vengano piantati chiodi nelle pareti perché sennò, all’uscita, dovranno stuccare e ritinteggiare. Una signora che potrebbe essere mia nonna chiede alla regista se secondo lei dovrà ricomprare i lenzuoli, visto che a usarli di certo si consumano. Fa tenerezza quest’umanità sperduta ma al tempo stesso feroce. Gente che ha vinto due volte il suo biglietto della lotteria: la prima volta a sopravvivere al terremoto, la seconda a far parte di quell’un terzo che può vivere il sogno passeggero di una casa perfetta. Devo confessare che io stessa non possiedo un secchiello termico per lo spumante e nemmeno un televisore ultrapiatto. Questi terremotati fortunati sono però prigionieri del sogno che è stato costruito per loro esattamente come i concorrenti di un reality show.

Dunque il punto è sempre lo stesso: pillola rossa o pillola blu? Da che parte stare? E intanto su questa ricostruzione che sta decidendo le sorti di una città si giocano interessi talmente grandi che non riesco nemmeno a trovare una proporzione per farmi l’idea dell’ordine delle cifre. Forse è questa l’unica realtà oggettiva. Più vera dei morti e degli sfollati, dei nuovi accasati e di chi alloggia in albergo, di chi ride e di chi piange. E di una comunità che è stata privata della sua storia, amputandola della sua anima. Decidete se andare vederlo. E all’uscita ricordatevi: pillola rossa o pillola blu?

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