Seta indiana. Quando sono stata una zingara anch’io.

T6030175_0_cartier_scarvesÈ capitato a chiunque, entrando in un bar per cappuccino e cornetto, di trovare persone non italiane sedute al tavolino che discutono in una lingua incomprensibile. Ed è quello il momento in cui ognuno di noi si mette ad osservare. Osservare l’aspetto, gli atteggiamenti e la consumazione. Fino a pochi anni fa abitavo in un quartiere non ancora trasformato in vetrina per turisti, un quartiere in cui era rinata la cultura del bar. Quando ero piccola esistevano tre bar, nella zona, e una mescita. Proprio davanti alla chiesa, c’era una mescita che per me costituiva un territorio vietato e affascinante mentre al bar biliardo potevo andare a comprare il gelato con lo stecco. Anche adesso adoro i bar, mi piace sedermi e osservare, leggere il giornale, bere qualcosa, prendere il fresco e parlare con quelli che si fermano. Insomma mi piace perdere tempo a socializzare. Il bar, alle volte, è un luogo molto democratico: ti capita di incontrare chiunque. È il mio lusso e forse rispecchia, senza alcuna pretesa, una filosofia di vita. Io sono di pelle chiara, anche se olivastra, e parlo un italiano corretto. In poche parole sono rassicurante. Ma basta veramente poco per trovarmi dall’altra parte della barricata. Quando ero una studentessa universitaria e portavo i capelli lunghi, d’estate mi piaceva vestirmi con delle ampie sottane colorate di seta indiana. Ero la stessa di adesso, solo più giovane e abbronzata. E come adesso avevo un forte senso civico. Così mi capitava di immischiarmi in cose di cui altri si sarebbero lavati le mani. Mi capitò anche, proprio quando ero una laureanda in storia, di assistere a un furto dentro un’auto. Così, col mio ingenuo civismo, aspettai il proprietario che non tardò ad arrivare. Non ho presenti i particolari ma ricordo che usai il mio buon italiano per dirgli che ero disposta ad accompagnarlo a fare denuncia, dal momento che avevo visto in faccia colui che l’aveva derubato. Il derubato non aveva il mio stesso italiano educato e forbito ma era più allenato al pregiudizio, competenza che utilizzò per chiamarmi “Zingara di Merda” non appena mi vide. Stringendo i libri al petto per impormi un contegno, gli spiegai che era stato derubato e avevo visto tutto, ma gli epiteti che continuava a eruttare coprivano ogni parola. Penso non abbia nemmeno capito quando nell’annebbiamento di quel delirio imbecille infarcito di minacce gli ho gridato: “Ti hanno fregato ogni cosa, non lo vedi coglione? Era questo che volevo dirti. E ora col cazzo che vengo a testimoniare”. Il sottile confine tra appartenenza ed esclusione fu segnato da un modo di apparire, un taglio di capelli, una sottana, un colore della pelle. Ed è la stessa cosa che accade ancora oggi ogni qualvolta si vede un immigrato e lo si scruta per sorprendere i segnali di un comportamento improprio. Se oggi sosto al bar nessuno si cura della mia presenza, il mio comportamento non suscita alcuna censura. Ma se al posto mio ci fosse un’altra persona, di fisionomia differente, di lingua differente, di costumi differenti, subirebbe un giudizio senza appello sul fatto di bere, perder tempo e occupare il posto di altri.

Ilaria Sabbatini

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